LA SORELLA MINORE DI ROMA

La città di notte con lo sfondo del Gran Sasso d'Italia
Se una città sceglie un determinato motto ci sarà una ragione. E la scritta «immota manet» che compare sullo stendardo del capoluogo abruzzese dà da pensare, offrendo il destro a una duplice lettura: rimanda alla tenacia di una città in grado di resistere ai terribili terremoti patiti nel corso della storia e assieme si presta a una lettura più maliziosa, che fa pensare a un consorzio umano poco propenso al dinamismo sociale. L’ ex sindaco di centrodestra, Biagio Tempesta, che non è riuscito a sovvertire il volto della città, ora amministrata da una giunta di centrosinistra, ne traccia un quadro desolante. «La classe dirigente è vecchia e incapace di accompagnare i mutamenti, come la recente creazione dell’ università, che ormai rappresenta la più grande fabbrica cittadina. L’ assistenzialismo è pratica quotidiana, e il ritardo su ogni aspetto della vita sociale moneta corrente. Una miniera d’ oro ci sarebbe, ed è il Gran Sasso, ma grazie ai veti incrociati si impedisce qualsiasi sviluppo del turismo. Pensi che i pochi impianti esistenti risalgono al periodo fascista». Come biglietto da visita non è dei più entusiasmanti, ma il tono un po’ troppo animoso del mio interlocutore mi spinge a sondare altre piste. E innanzitutto a uscire all’ aperto, perché non c’ è niente di meglio che osservare di persona i luoghi, le facce, la luce. Già, perché la prima cosa che colpisce dell’ Aquila è proprio la luce di montagna, che in una giornata di sole, la rende vivida, brillante, tonica. La seconda impressione è legata alla palese discrasia tra la popolazione residente, con larga prevalenza di anziani dai tratti contadini, e una massa di studenti che ciondola per le strade del centro, coronate da magnifiche chiese e palazzi nobiliari di pregio, alcuni dei quali in stato di abbandono. Ma dovrò rimandare al pomeriggio una visita più accurata della città, perché mi attende lo storico Raffaele Colapietra: uomo acuto, eccentrico, e dalla faccia simpaticamente irregolare, che piacerebbe a Lucien Freud. «L’ Aquila è un

La Basilica di San Bernardino da Siena
po’ la sorella minore di Roma, visto che da sempre ruotiamo attorno alla capitale. Invece ha altre ambizioni: vuole essere la capitale dell’ Abruzzo. Peccato che il resto della regione, sempre ammesso che una regione abruzzese esista, la ignori. Sia dal punto di vista imprenditoriale (Pescara vanta una marcia in più), sia dal punto di vista politico (in questo ambito il primato spetta a Chieti)». Professore, perché mette in dubbio la stessa ragion d’ essere dell’ Abruzzo? «Perché è una regione centrifuga. Da sempre L’Aquila gravita su Roma: quando si va nella capitale, si dice “mo’ vengo”: come se si trattasse di una gitarella. Quanto a Pescara, è proiettata verso Bologna e Milano. Roccaraso, infine, fa parte a sé, e se mai converge su Napoli. Ma restando all’ Aquila, storicamente è una città dal fondo clerico-fascista, dove abbondano professionisti e avvocati. Il settore terziario è di gran lunga predominante. E difatti, anche durante il nostro mini-boom economico degli anni Ottanta, non si è mai strutturata una vera e propria classe operaia, quasi che l’ impegno in fabbrica fosse una sorta di part time, da affiancare al lavoro della terra. Del resto, quando c’ è stata l’ aspra lotta per ottenere il

La Basilica di Santa Maria di Collemaggio
ruolo di capoluogo, la città ha partecipato in massa. Ma non altrettanto è avvenuto con la crisi dell’ industria; peggio, gli operai venivano considerati dei contadini privilegiati che arrotondavano lo stipendio. Ora la vera novità è rappresentata dall’ Università, che cresce di anno in anno, e di cui però fin qui non si capisce con esattezza, non dico il valore culturale, ma neppure quello economico e sociale».
Sul ruolo dell’ università dovrò indagare quanto prima. Fin qui ho ascoltato due eminenti personalità cittadine, diversissime l’ una dall’ altra. Per cultura, temperamento e simpatie politiche. Eppure accomunate da un tratto significativo: entrambe restituiscono l’ idea che questa città non si voglia troppo bene. Pertanto non mi resta che incontrare il primo cittadino, Massimo Cialente, che più di ogni altro dovrebbe avere il polso della città. «L’ Aquila mi ricorda quei ragazzini lievemente goffi, impacciati, ma che da adulti diventeranno belli, interessanti. E’ inutile negare che per la città, il crollo industriale degli anni Novanta, con cinquemila operai improvvisamente sul lastrico, rappresentò una specie di tsunami sociale. Con conseguente azzeramento di ogni aspettativa. Appunto: fai tanto e

Roio: La facoltà di ingegneria
poi arriva il terremoto. Ora l’ Aquila attraversa una crisi di identità e non ha ancora deciso che cosa farà da grande. Eppure, io scommetto sul suo avvenire. E sulle nostre migliori risorse: sviluppo eco compatibile, città della formazione e high tech». È più che giusto pensare all’ avvenire, ma questa città vanta anche un passato di tutto rispetto. A cominciare dalla cultura musicale. Lucio Barattelli, l’ anziano presidente della “Società aquilana dei Concerti”, mi ricorda gli anni in cui venivano a suonare Benedetti Michelangeli e Rubinstein. Non che ora manchino le grandi stelle, da Muti a Uto Ughi. Del resto, sempre Barattelli sottolinea come il rapporto tra popolazione e biglietti venduti per i concerti è tra i più alti d’ Italia. Poi però rimarca il verticale declino qualitativo, tanto dei professionisti, quanto della classe politico-amministrativa, orfana dei grandi “protettori” di un tempo: i Natali e i Gaspari. Ma veniamo all’ università, che cresce in modo esponenziale: pensate che negli ultimi anni si è passati da diecimila a quasi trentamila iscritti. E di conseguenza altissimo è anche il numero dei dipendenti: circa mille e duecento. Ecco perché, secondo molti, l’ uomo più potente dell’ Aquila è proprio il rettore: il professor Ferdinando di Orio, orgoglioso di dirigere l’ unica impresa in costante espansione. Ma le critiche non mancano: anziché puntare su poche facoltà di eccellenza legate al territorio, sostengono alcuni, si è preferito aprire a raffica i più diversi corsi di laurea, disseminando poi le varie facoltà sul territorio, senza il supporto di servizi adeguati. Che nelle città di provincia siano così diffusi i contrasti, è cosa ricorrente. Ma all’ Aquila mi sembrano più diffusi che altrove. La vera anomalia, comunque, è un’ altra: alcune delle figure più dinamiche e brillanti che ho modo di incontrare vengono da fuori. Rinaldo Tordera, direttore della Carispaq, ha risanato l’ istituto bancario da un crack imminente e ne ha fatto il volano principale della vita socio-culturale cittadina. Ed è ligure. Gaetano Clavenna, amministratore delegato della Dompé, industria farmaceutica che va a gonfie vele, è milanese. Infine Eugenio Coccia, direttore dei laboratori del Gran Sasso dell’ Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, è romano. L’ Istituto dista dalla città una manciata di minuti, ma è un mondo a sé stante. E malgrado la mia assoluta ignoranza in ambito scientifico, non intendo rinunciare alla visita di un centro di fisica delle particelle elementari tra i più importanti del pianeta. A muovere la mia curiosità è stata la lettura di un opuscolo divulgativo in cui è scritto che settecentocinquanta scienziati dei più diversi paesi studiano sì il cielo, ma non lo fanno all’ aperto, bensì nel laboratorio sotterraneo più grande del mondo: situato sotto 1.400 metri di roccia. Ora, per quel poco che ho capito, la ragione è dettata dal fatto che al centro della ricerca c’ è una misteriosa particella, il neutrino: «Minuscolo, velocissimo, grande viaggiatore, refrattario a ogni contatto con la materia». E maestro di camaleontismo. Soltanto sotto terra, mi spiega il professor Coccia, «protetti dal rumore di fondo costituito dalla pioggia di raggi cosmici cui siamo tutti sottoposti sulla superficie terrestre, questi esperimenti ci permettono di studiare la natura di particelle

La "Fontana delle 99 Cannelle"
neutre e penetranti, difficilissime da catturare». Per farla breve, mi infilo il casco protettivo e comincio questo insolito tour sotterraneo, vagando tra macchinari enormi e fantascientifici, il cui scopo mi viene spiegato da una gentilissima ragazza con pazienza e chiarezza. Avverto una sensazione di fascinazione ineffabile, oltre che uno strano senso di pace profonda, forse legata a un’ immagine poetica offertami da Coccia. «Lavoriamo qua sotto perché il laboratorio scherma tutti i disturbi di natura cosmica e la radioattività naturale è particolarmente bassa. Qui, insomma, si realizza una condizione di silenzio cosmico». Silenzio cosmico: che meravigliosa espressione! Ecco spiegata la beatitudine a cui alludevo poc’ anzi. Eppure, appena usciti da questo fantasmagorico antro della scienza, riaffiorano le solite curiosità utilitaristiche: mi scusi professore, catturare gli inafferrabili neutrini deve essere, di per sé, un’ esperienza molto eccitante. Ma le vostre ricerche hanno anche qualche utilità pratica immediata? «Potrei risponderle facendo riferimento alle ricadute sulla cura del cancro attraverso l’ utilizzo dei protoni. O alla stessa invenzione di Internet, che si deve al laboratorio del Cern di Ginevra. Ma preferisco riferirle un aneddoto. Faraday, uno scienziato dell’ 800 che studiava il collegamento tra l’ elettricità e il magnetismo, un bel giorno ricevette la visita del primo ministro inglese, il quale gli pose la sua stessa domanda. A che serve tutto questo? E Faraday rispose: “Sui due piedi non saprei rispondere. Ma sono sicuro che, presto o tardi, un suo successore metterà una tassa sopra questa ricerca”». - FRANCO MARCOALDI L’ AQUILA
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Le conseguenze di ciò furono che molti italiani criticarono i miei cartoni animati perché li trovavano ripetitivi e i personaggi si assomigliavano. Purtroppo chi faceva queste osservazioni non poteva immaginare che quelli che in Italia venivano chiamati in modo differente erano in realtà un solo personaggio, o che le storie mostravano una certa somiglianza solo perché erano tutti diversi episodi della medesima saga!
Il messaggio in comune a tutte le mie serie è che il mondo degli adulti riserba grandi sfide, sofferenze e avversità, e che quindi i giovani devono trovare il coraggio e la forza di affrontarle e di combattere le ingiustizie senza mai perdere di vista i propri ideali e i propri principi morali. I giovani hanno un forte senso della giustizia e della fratellanza, ma purtroppo quando si diventa adulti ci si abitua ai compromessi, ai pregiudizi, alla discriminazione. Per questo nei miei manga la potenzialità di cambiare il mondo è riposta nelle mani dei giovani, siano essi terrestri come il pilota di Mazinger Z, extraterrestri come Actarus di «Goldrake» o esseri umani che però sono stati trasformati in macchine come Hiroshi di «Jeeg Robot».
- Credo che si debba distinguere tra la violenza a livello grafico, fine a se stessa, e quella che sottende invece un messaggio preciso. Come dicevo, nei miei cartoni animati la violenza è una rappresentazione del dolore e delle ingiustizie che l’umanità rischia di soffrire quando perde di vista ideali come la giustizia e la fratellanza. Dai miei numerosi incontri col pubblico italiano ho avuto il piacere di constatare che i miei fan, che erano bambini quando guardavano «Goldrake» o «Jeeg Robot» in televisione, hanno saputo cogliere perfettamente questo messaggio e riconoscere la superficialità dei commenti di chi accusava quei personaggi di essere violenti.
- Direi che la fantascienza in generale ha sofferto un forte calo di interesse, che credo sia dovuto a diversi fattori: per esempio, gran parte della fantascienza del secolo scorso guardava al 2000 come anno di svolta, in cui il mondo sarebbe diventato un paradiso pacifico governato dalla tecnologia. In realtà, arrivati al 2000, ci siamo accorti tutti che la realtà non era molto diversa da come lo è stata fino al 1999; inoltre il fatto che, nonostante l’evoluzione della scienza e della tecnologia, gravi problemi come la fame, la povertà, i diritti civili e la libertà dei popoli non sono ancora stati risolti e che sui nostri figli pende la spada di Damocle del disastro ambientale, ha portato gli uomini a nutrire un forte pessimismo verso il futuro.
- Sono tecnologie incredibili, che lasciano spazio a infinite potenzialità. In Giappone ci si è mantenuti più legati a una rappresentazione bidimensionale, credo anche per retaggio culturale: mentre in Europa si studiava la prospettiva, nel mio paese si evolveva uno stile semplificato e lineare che avrebbe portato alle famose «stampe giapponesi«. Noi orientali tendiamo a «ridurre« la realtà in un numero il più possibile limitato di segni, disposizione mentale che ci ha portati anche a sviluppare le microtecnologie; in occidente si persegue invece la riproduzione fedele della realtà. Sono due concezioni dell’arte che hanno entrambe pregi innegabili e limiti invalicabili, perciò è davvero impossibile determinare quale delle due sia migliore.















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