Una scossa al cuore

Il 6 aprile 2009, alle ore 03.32, un violento terremoto di magnitudo Richter pari a 5.8, secondo l’INGV (mentre per i sismologi giapponesi e americano il sisma è stato di magnitudo Richter 6,3), ha colpito la città di L’Aquila e i suoi dintorni. La profondità stimata del terremoto è 8 km, caratteristica dei terremoti appenninici. Gli effetti del terremoto sono stati particolarmente distruttivi in prossimità dell’epicentro, con 300 morti, centinaia di sfollati, circa 70.000 gli sfollati e danni soprattutto concentrati all’interno della città de L’Aquila. Tutte le strutture logistiche e strategiche come la Prefettura, il Comune dell’Aquila, la Provincia de L’Aquila, la Regione Abruzzo, la Protezione Civile, l’Ospedale, la Questura ecc., completamente distrutte o inagibili. Impossibile coordinare i soccorsi. Un evento catastrofico che mai, fino ad ora, ha parallizato un’intera città e il suo comprensorio. Il sisma è stato avvertito distintamente anche a Roma, Ancona e Napoli e registrato agli accelerometri e velocimetri di ISNet, la rete sismica di AMRA dislocata nell’area appenninica campano-lucana.
Sempre secondo dati dell’INGV sono stati tre gli eventi di magnitudo superiore a 5 che sono avvenuti il 6 aprile (Ml=5.8), il 7 aprile (Ml=5.3) e il 9 aprile (Ml=5.1). I terremoti di magnitudo compresi tra M=3.5 e 5 sono stati in totale 31. Dall’esame dei segnali riconosciuti automaticamente alla stazione INGV MedNet de L’Aquila (AQU, ubicata nei sotterranei del castello cinquecentesco), sono state conteggiate oltre 20.000 scosse nell’arco di 30 giorni.

La sequenza sismica abbattutasi sulla città de L'Aquila da 6 Aprile al 2 Maggio. Oltre 20.000 scosse in meno di un mese
La storia che si ripete ogni 300 anni
L’AQUILA ERA UNA METROPOLI…
(nella foto Una rivista dell’800)
L’AQUILA. Sul finire del XV secolo, nel periodo di massimo splendore della città, Aquila contava 60.000 abitanti. Una cifra enorme se si pensa che Firenze, allora la più grande città italiana, ne contava circa 100.000. Tra i tanti privilegi, la città batteva moneta, aveva la piazza più grande di quelle che allora esistevano in Italia (la piazza de lo mercato) e c’era la prima tipografia del Centro-Sud. La strada principale della penisola era la Via degli Abruzzi, che univa Firenza a Napoli, passando per Aquila.
Solo 2468 anime
….POI DIVENNE UN PAESETTO
(nella foto La fontana delle 99 Cannelle)
L’AQUILA. Terremoti, epidemie, sciagure, domini. Quante ne ha passate L’Aquila… Nel 1452 fu un anno orribilis: nevicò senza interruzione dal 31 maggio al 2 giugno, e il 24 agosto la città fu sconvolta da una tromba d’aria. Il 2 febbraio del 1703 segnò la fine: l’ennesimo violento terremoto distrusse L’Aquila e non restò in piedi una sola casa, né un palazzo quantomeno lesionato. La città fu schiacciata in tutti i sensi, tanto da restare con 2468 abitanti.
DEFISCALIZZAZIONE: OGGI COME ALLORA
Notevole come oggi fu allora la sottovalutazione del rischio - le avvisaglie c’erano state e dopo i danni gravissimi dalle scosse del 14 e 15 gennaio e con la terra che continuava a tremare, ci fu “solo una poco propizia processione votiva ordinata dal papa il 15 gennaio ma niente tende, niente sgomberi, nessuna delle precauzioni che avevano limitato a sole 80 le vittime del non meno violento terremoto del 1461, come ad esempio la chiusura delle chiese, che invece in quel tragico 2 febbraio erano terribilmente affollate” scrivono Clementi e Piroddi.
“La scossa vilenta durò pochi istanti e rovinò poco meno che l’intera città. E la terra continuò a trabalzare per 22 ore…”.
Imponente la mobilitazione dei soccorsi, appassionato lo slancio della popolazione da subito impegnata: per i soccorsi e per la ricostruzione dei monumenti e delle case. Furono circa tremila le vittime nel 1703, un conto dieci volte superiore al prezzo pagato stavolta in vite umane. “Ma il numero esteso alla “Grande Aquila” fu di gran lunga più alto: 7694 morti e 1136 feriti secondo l’Uria de Llanos, circa seimila morti secondo il Lorenzani”.
Abolizione delle tasse per dieci anni fu la prima richiesta del popolo alle autorità; non a caso sono gli stessi argomenti oggi di stretta attualità, vedi ad esempio l’istituzione della Zona Franca, ad un mese e poco più dalla scossa del 6 aprile scorso.
A farsene interprete trecento anni fa fu il “sindaco”, che allora era il Preside. Altra legge introdotta subito dopo la tragedia fu quella che prevedeva dieci anni di carcere come pena più severa per colpire gli sciacalli a caccia di ricchi bottini tra le macerie. Tutto esattamente come oggi.
Non mancò all’appello persino l’esperto della protezione civile, il marchese della Rocca Marco Garofalo, uno che se chiudi gli occhi te lo immagini con la faccia e la competenza di Guido Bertolaso. Era stato il vicerè di Napoli, ricevuta la notizia della catastrofe, a spedirlo con pieni poteri in sostituzione del dimissionato Preside a L’Aquila: Garofalo ci resterà fino al 17 luglio successivo (gli succederà il nuovo Preside, Giuseppe Magliuli), prodigandosi per incoraggiare gli aquilani nella ricostruzione - “al di là di una presenza statale estremamente blanda” - e chiedendo incentivi e sgravi fiscali: riuscì ad ottenere l’esenzione dai pagamenti ordinari e straordinari per dieci anni a partire dal 1703 (seguì poi una richiesta di proroga avanzata il 24 aprile 1711). Da Napoli fu inviato a L’Aquila anche “il regio ingegnere Lucantonio Natale, tenente generale dell’artiglieria, con il compito di rimediare ai danni del castello”. Non stupisce, tre secoli dopo, che i Garofalo e i Lucantoni siano cognomi assai diffusi nel capoluogo abruzzese.
Drammatico il calcolo dei danni. Nessuna chiesa, nessun edificio, nessuna bottega si salvò. Ma allora, e così dovrà essere ai giorni nostri, la ricostruzione fu portata avanti per volontà e sacrificio degli aquilani, e con il notevolissimo contributo di genti venute da vicino e da lontano. Ripresero i lavori, si moltiplicarono le ristrutturazioni: acquedotti, strade, case. L’orologio della Torre di piazza Palazzo, San Bernardino, la fontana della Rivera e la cattedrale. Impressionanti lo spirito, la dignità, l’orgoglio e l’operosità del popolo aquilano in quei giorni e in quegli anni: lo testimoniano i documenti storici che narrano la vitalità dei cantieri grazie ai quali L’Aquila registrerà una vera e propria immigrazione di artigiani e mastri, esperti d’ogni genere da tutta Italia (in particolare da Milano arrivarono molti fabbricatori). La città tornò a nuova vita, si ricreò un tessuto urbano e sociale soto molti aspetti trasformato, L’Aquila riprese comunque a volare. Così trecento anni fa, così oggi. Tutto era ed è già scritto.

La Prefettura o Palazzo del Governo: ricostruito dopo il violento terremoto del 1973 oggi è l'emblemma della devastazione che ha colpito la città de L'Aquila e i suoi pnti strategici
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