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May , 2012
Friday

L’Aquila, Earthquake, Capoluogo d’Abruzzo, Terremoto, Perdonanza, Porta Santa, Celestino V, Federico II, Giubileo, G8 L’Aquila 2009

Non è forte chi non cade, ma è forte chi cade e si rialza. L’Aquila alzati e torna a volare – RBE ’78

L'Aquila, 6 apr 2011 - Oltre 10mila persone hanno partecipato questa notte alla fiaccolata lungo ...
L'Aquila, 6 apr 2012  - Circa diecimila persone hanno preso parte alla fiaccolata commemorativa delle ...
Roma, 5 apr 2012 - ''Nel terzo anniversario del drammatico terremoto che il 6 aprile ...
Giorgio Napolitano lancia un appello "per una sempre più proficua collaborazione tra i diversi livelli ...
L'Aquila, 6 apr 2012 - “A tre anni dal terribile terremoto che devasto’ l’Abruzzo, nella ...
L'Aquila, 27 mar 2012 - ''Apprendo con soddisfazione che l'ultima ordinanza firmata dal Presidente del ...
Ammontano a circa 710 milioni le risorse deliberate dal CIPE questa mattina a favore della ...
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO IN VISITA NELLA CITTÀ COLPITA DAL TERREMOTO: "BISOGNA COMPLETARE GLI INTERVENTI ...
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Il Fatto quotidiano interroga il Ministro Ornaghi. Perchè L’Aquila non viene ricostruita?

Posted by admin On marzo - 16 - 2012 ADD COMMENTS

Da Il Fatto Quotidiano – Uno spettro non si aggira per l’Aquila. È l’ombra-ministro per i Beni culturali, il professor Lorenzo Ornaghi.

Chissà se questo prudente assenteismo si deve al fatto che uno degli uomini più discussi della ‘ricostruzione’, il vicecommissario Antonio Cicchetti (il gentiluomo di Sua Santità che – come ha raccontato da ultimo Gian Antonio Stella – si è costruito, tra le macerie, un super-resort di lusso) è stato a lungo il direttore amministrativo di quell’Università Cattolica di cui Ornaghi è ancora il rettore, anche se temporaneamente in sonno.

Fosse andato all’Aquila, il ministro avrebbe capito in una frazione di secondo che tutte le ciance sui Leonardi perduti, sulle costituenti della cultura-che-fattura, sul ‘brand Italia’ e sulle sponsorizzazioni del Colosseo sono solo diversivi indecorosi, e che l’unico atto simbolico che in questo momento avrebbe un senso sarebbe trasferire la sede del Ministero all’Aquila, e mettersi a combattere in prima linea per la città martire del patrimonio storico e artistico della nazione italiana.

La situazione dell’Aquila supera, infatti, anche la più catastrofica immaginazione. Il centro storico è una città spettrale, dove nessun cantiere è in funzione, nessuna pietra è stata ricollocata (e anzi molte sono state rubate), e dove le meravigliose e immense chiese monumentali (a cominciare dal Duomo) sono spesso ancora a cielo aperto, o sono protette da ridicoli teli, e dunque in preda alla pioggia e alla neve.

Piero Calamandrei ha scritto che «una parte della nostra Costituzione è una polemica contro il presente»: ecco, camminare per l’Aquila permette di capire che l’articolo più polemico è, oggi, l’articolo 9. All’Aquila, infatti, la Repubblica ha sistematicamente tradito se stessa, rinunciando radicalmente a «tutelare il patrimonio storico e artistico della nazione italiana».

Ma com’è possibile che quasi nessuno denunci più che a pochi chilometri da Roma si entra in un mondo parallelo, dove la Costituzione, la legge e la civiltà semplicemente non esistono? Il vicecommissario con delega ai Beni culturali, Luciano Marchetti, risponde che i conflitti di competenze, la litigiosità degli aquilani (sic) e la mancanza di fondi bloccano la ricostruzione. Ma lo dice con tono svagato, in un ineffabile misto di rassegnazione e cinismo burocratico: e si capisce subito che, di questo passo, tra trent’anni il centro dell’Aquila sarà ancora in queste condizioni. Ha dunque ragione da vendere Italia Nostra, che chiede le dimissioni del commissario (che ci sta a fare, se da tre anni non riesce a far nulla?), il ritorno alle competenze ordinarie delle soprintendenze (a cui Ornaghi dovrebbe fare massicce trasfusioni di personale e mezzi, se solo tutti i suoi predecessori non avessero ridotto il Mibac al lumicino), e l’avvio immediato dei lavori di ricostruzione. Mancano i soldi? Ornaghi dovrebbe battere allora il pugno sul tavolo del Consiglio dei Ministri: uno dei venti capoluoghi di regione italiani è in fin di vita, e non c’è più molto tempo se vogliamo salvarlo.

Ornaghi non è l’unico che dovrebbe andare all’Aquila. Dovrebbero farlo innanzitutto gli storici dell’arte delle università e delle soprintendenze italiane. Perché magari si renderebbero conto che continuare a gettare denaro ed energia nella spensierata industria delle mostre e dei Grandi Eventi è ora doppiamente criminale: proprio come organizzare una festa da ballo mentre il cadavere di un fratello giace nella stanza accanto.

Ma è a tutti gli italiani che farebbe bene vedere l’Aquila. È terribilmente illuminante visitare nelle stesse ore un’intera città monumentale distrutta e abbandonata, e le ‘new town’ imposte da Berlusconi e Bertolaso, cioè gli insediamenti, sorti intorno alla città, che accolgono quindicimila dei quasi trentamila aquilani che vivevano in quel centro. Sono non-luoghi di cemento che sembrano immaginati da Orwell: anonimi, senza servizi, senza negozi, senza piazze. Con i mobili uguali in ogni appartamento, in comodato come tutto il resto. E con giganteschi televisori-alienatori che fanno da piazze e monumenti virtuali per un popolo che si vuole senza memoria, senza identità e senza futuro: e, dunque, senza la rabbia per ribellarsi.

Ma l’Aquila non è solo la metafora dell’Italia, rischia di rappresentarne anche il futuro: quello di un Paese che affianca all’inarrestabile stupro cementizio del territorio la distruzione, l’alienazione, la banalizzazione del patrimonio storico monumentale, condannando così all’abbrutimento morale e civile le prossime generazioni.

Nell’Epopea aquilana del popolo delle carriole (Angelus Novus Edizioni 2011), Antonio Gasbarrini racconta che la notte del 6 aprile 2009 (più o meno all’ora in cui qualcuno, a Roma, sghignazzava pensando alla pioggia di cemento e denaro), sua figlia arrivò sconvolta, dal centro della città, e gli disse solo: «L’Aquila non c’è più». A tre anni esatti, è ancora così.

L’Aquila non c’è più: ma se possiamo continuare a dormire sapendo tutto questo, allora è l’Italia a non esserci più.

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L’Aquila tre anni dopo: tutto uguale. Finita l’emergenza la città è caduta nel dimenticatoio

Posted by admin On marzo - 7 - 2012 ADD COMMENTS

In centro restano le macerie. E 383 cittadini vivono in albergo

Foto Luigi Baglione

Da Corriere.it, di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella – «Soldi spesi finora? Chi lo sa…». Basta la risposta di Fabrizio Barca, il ministro delegato al problema, a dare il quadro, agghiacciante, di come è messa L’Aquila quasi tre anni dopo il terremoto del 2009. Nel rimpallo di responsabilità ed emergenze, dopo gli squilli di tromba iniziali, s’è perso il conto. Un numero solo è fisso: lo zero. Quartieri storici restaurati: zero. Palazzetti antichi restaurati: zero. Chiese restaurate: zero. Peggio: prima che fossero rimosse le macerie (zero!), è stata rimossa L’Aquila. Dalla coscienza stessa dell’Italia. È ancora tutto lì, fermo. Le gonne appese alle grucce degli armadi spalancati nelle case sventrate, i libri caduti da scaffali in bilico sul vuoto, le canottiere che, stese ad asciugare su fili rimasti miracolosamente tesi, sventolano su montagne di detriti e incartamenti burocratici. Decine e decine di ordinanze, delibere, disposizioni, puntualizzazioni, rettifiche e precisazioni che ammucchiate l’una sull’altra hanno fatto un groviglio più insensato e abnorme di certe spropositate impalcature di tubi innocenti e snodi e raccordi che a volte, più che un’opera di messa in sicurezza, sembrano l’opera cervellotica di un artista d’avanguardia.
Ti avventuri per le strade immaginandoti un frastuono di martelli pneumatici e ruspe e betoniere e bracci di gru che sollevano cataste e carriole che schizzano febbrili su e giù per le tavole inclinate. Zero. O quasi zero. Tutto bloccato. Paralizzato. Morto. Come un anno fa, come due anni fa, come tre anni fa. Come quando la protesta del popolo delle carriole venne asfissiata tra commi, virgole e codicilli. «Noi sottoscritti ufficiali di Pg… riferiamo di aver proceduto, alle ore 10.20 circa odierne, in corso Federico II, di fronte al cinema Massimo, al sequestro di quanto in oggetto indicato perché utilizzato dal nominato in oggetto per una manifestazione non preavvisata…». Trattavasi di «una carriola in pessimo stato di conservazione con contenitore in ferro di colore blu con legatura in ferro sotto il contenitore e cerchio ruota di colore viola» oltre a «una pala con manico in legno». Sinceramente: se lo Stato italiano avesse affrontato il problema della ricostruzione con lo stesso zelo impiegato nel reprimere l’esasperazione sacrosanta degli aquilani, saremmo a questo punto, trentacinque mesi dopo? Quaranta persone che quel giorno entrarono nella zona rossa per portare via provocatoriamente le macerie sono ancora indagate. Quanti soldi sono stati spesi per questo procedimento giudiziario surreale, oltre al tempo gettato inutilmente per compilare verbali e riempire i magazzini di grotteschi corpi di reato? Boh!
Si sa quanto fu speso per gli accappatoi dei Grandi nei tre giorni del G8: 24.420 euro. Quanto per ciascuna delle «60 penne in edizione unica» di Museovivo: 433 euro per un totale di 26.000. Quanto per 45 ciotoline portacenere in argento con incisioni prodotte da Bulgari per i capi di Stato: 22.500 euro, cioè 500 a ciotolina. Quanto per la preziosa consulenza artistica di Mario Catalano, lo scenografo di Colpo grosso chiamato a dare un tocco di classe, diciamo così, al summit: 92 mila euro. Quanto è stato speso in tutto, però, come detto, non lo sanno ancora neanche gli esperti («Avremo le idee chiare a metà marzo», confida Barca) messi all’opera da Monti. Intanto il cuore antico dell’Aquila agonizza. E con L’Aquila agonizzano i cuori antichi di Onna e Camarda e gli altri centri annientati dalla botta del 6 aprile 2009. Ridotti via via, dopo le fanfare efficientiste del primo intervento («Nessuno al mondo è stato mai così veloce nei soccorsi!») a un problema «locale». Degli abruzzesi. E non una scommessa «nazionale». Collettiva. Sulla quale si gioca la capacità stessa dello Stato di dimostrarsi all’altezza. In grado di sanare le ferite prima che vadano in putrefazione. Chiusa la fase dell’emergenza l’Abruzzo è piombato nel dimenticatoio. Come se la costruzione a tempo di record e al prezzo stratosferico di 2.700 euro al metro quadro dei Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili, le famose C.a.s.e. dove sono state trasportate 12.999 persone, avesse risolto tutto. «Adesso tocca agli enti locali», disse Berlusconi. E dopo il G8 e la passeggiata con Obama non si è praticamente più visto. Rarissime pure le apparizioni di altri politici. Mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci metteva come al solito una pezza: tre visite.

Cos’è rimasto, spenti i riflettori, di quella generosa esibizione muscolare sulla capacità di «fare bene, fare in fretta»? Le cose fatte nei primi mesi. La riluttanza di Giulio Tremonti ad aprire i cordoni della borsa. L’addio di Guido Bertolaso. La disaffezione del Cavaliere che, osannato dalle tivù amiche per le prime case donate a fedeli in delirio, si è via via disinteressato del centro storico, che secondo la «leader delle carriole» Giusi Pitari avrebbe visto «solo due volte, nei primi due giorni». Resta una rissa continua, estenuante, sul cosa fare «dopo». Travasata via via nelle campagne elettorali per le provinciali, per le europee e oggi per le comunali. Di qua la destra, di là la sinistra. Di qua il governatore berlusconiano Gianni Chiodi, commissario straordinario per la ricostruzione, di là il sindaco democratico del capoluogo (ora ricandidato dopo le primarie) Massimo Cialente. Il primo picchia sul secondo: «Lo stallo è frutto della saldatura di interessi locali, dai professionisti alle imprese, che hanno sbarrato la porta a competenze esterne. Avevo raccolto le disponibilità di un trust di cervelli bipartisan, da Paolo Leon a Vittorio Magnago Lampugnani, ma non li hanno voluti. Un atto di arroganza. Il fatto è che la politica locale non ha esercitato la leadership». Il secondo, che fino al momento in cui fece sbattere la porta era vicecommissario, spara sul primo: «A parte il fatto che lui sta a Teramo, a Roma o da altre parti e all’Aquila lo vediamo raramente, è stato un muro di gomma». Un esempio? «La ricostruzione degli alloggi periferici. Per sei mesi si è dovuto attendere il prezziario regionale, con il risultato che nessuno ha potuto presentare i progetti». E mostra una lettera spedita a Chiodi per sollecitare un contributo di 630 mila euro destinato a Paganica: «È un mese e mezzo che lo tiene fermo sul tavolo. Gli ho scritto: ] «Soldi spesi finora? Chi lo sa…». Basta la risposta di Fabrizio Barca, il ministro delegato al problema, a dare il quadro, agghiacciante, di come è messa l’Aquila quasi tre anni dopo il terremoto del 2009. Nel rimpallo di responsabilità ed emergenze, dopo gli squilli di tromba iniziali, s’è perso il conto. Un numero solo è fisso: lo zero. Quartieri storici restaurati: zero. Palazzetti antichi restaurati: zero. Chiese restaurate: zero. Peggio: prima che fossero rimosse le macerie (zero!), è stata rimossa l’Aquila. Dalla coscienza stessa dell’Italia.
È ancora tutto lì, fermo. Le gonne appese alle grucce degli armadi spalancati nelle case sventrate, i libri caduti da scaffali in bilico sul vuoto, le canottiere che, stese ad asciugare su fili rimasti miracolosamente tesi, sventolano su montagne di detriti e incartamenti burocratici. Decine e decine di ordinanze, delibere, disposizioni, puntualizzazioni, rettifiche e precisazioni che ammucchiate l’una sull’altra hanno fatto un groviglio più insensato e abnorme di certe spropositate impalcature di tubi innocenti e snodi e raccordi che a volte, più che un’opera di messa in sicurezza, sembrano l’opera cervellotica di un artista d’avanguardia.

Ti avventuri per le strade immaginandoti un frastuono di martelli pneumatici e ruspe e betoniere e bracci di gru che sollevano cataste e carriole che schizzano febbrili su e giù per le tavole inclinate. Zero. O quasi zero. Tutto bloccato. Paralizzato. Morto. Come un anno fa, come due anni fa, come tre anni fa. Come quando la protesta del popolo delle carriole venne asfissiata tra commi, virgole e codicilli.
«Noi sottoscritti ufficiali di Pg… riferiamo di aver proceduto, alle ore 10.20 circa odierne, in corso Federico II, di fronte al cinema Massimo, al sequestro di quanto in oggetto indicato perché utilizzato dal nominato in oggetto per una manifestazione non preavvisata…». Trattavasi di «una carriola in pessimo stato di conservazione con contenitore in ferro di colore blu con legatura in ferro sotto il contenitore e cerchio ruota di colore viola» oltre a «una pala con manico in legno».
Sinceramente: se lo Stato italiano avesse affrontato il problema della ricostruzione con lo stesso zelo impiegato nel reprimere l’esasperazione sacrosanta degli aquilani, saremmo a questo punto, trentacinque mesi dopo? Quaranta persone che quel giorno entrarono nella zona rossa per portare via provocatoriamente le macerie sono ancora indagate. Quanti soldi sono stati spesi per questo procedimento giudiziario surreale, oltre al tempo gettato inutilmente per compilare verbali e riempire i magazzini di grotteschi corpi di reato? Boh!

Si sa quanto fu speso per gli accappatoi dei Grandi nei tre giorni del G8: 24.420 euro. Quanto per ciascuna delle «60 penne in edizione unica» di Museovivo: 433 euro per un totale di 26.000. Quanto per 45 ciotoline portacenere in argento con incisioni prodotte da Bulgari per i capi di Stato: 22.500 euro, cioè 500 a ciotolina. Quanto per la preziosa consulenza artistica di Mario Catalano, lo scenografo di Colpo grosso chiamato a dare un tocco di classe, diciamo così, al summit: 92 mila euro. Quanto è stato speso in tutto, però, come detto, non lo sanno ancora neanche gli esperti («Avremo le idee chiare a metà marzo», confida Barca) messi all’opera da Monti.
Intanto il cuore antico dell’Aquila agonizza. E con L’Aquila agonizzano i cuori antichi di Onna e Camarda e gli altri centri annientati dalla botta del 6 aprile 2009. Ridotti via via, dopo le fanfare efficientiste del primo intervento («Nessuno al mondo è stato mai così veloce nei soccorsi!») a un problema «locale». Degli abruzzesi. E non una scommessa «nazionale». Collettiva. Sulla quale si gioca la capacità stessa dello Stato di dimostrarsi all’altezza. In grado di sanare le ferite prima che vadano in putrefazione. Chiusa la fase dell’emergenza l’Abruzzo è piombato nel dimenticatoio. Come se la costruzione a tempo di record e al prezzo stratosferico di 2.700 euro al metro quadro dei Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili, le famose C.a.s.e. dove sono state trasportate 12.999 persone, avesse risolto tutto. «Adesso tocca agli enti locali», disse Berlusconi. E dopo il G8 e la passeggiata con Obama non si è praticamente più visto. Rarissime pure le apparizioni di altri politici. Mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci metteva come al solito una pezza: tre visite.

Cos’è rimasto, spenti i riflettori, di quella generosa esibizione muscolare sulla capacità di «fare bene, fare in fretta»? Le cose fatte nei primi mesi. La riluttanza di Giulio Tremonti ad aprire i cordoni della borsa. L’addio di Guido Bertolaso. La disaffezione del Cavaliere che, osannato dalle tivù amiche per le prime case donate a fedeli in delirio, si è via via disinteressato del centro storico, che secondo la «leader delle carriole» Giusi Pitari avrebbe visto «solo due volte, nei primi due giorni».
Resta una rissa continua, estenuante, sul cosa fare «dopo». Travasata via via nelle campagne elettorali per le provinciali, per le europee e oggi per le comunali. Di qua la destra, di là la sinistra. Di qua il governatore berlusconiano Giovanni Chiodi, commissario straordinario per la ricostruzione, di là il sindaco democratico del capoluogo (ora ricandidato dopo le primarie) Massimo Cialente.
Il primo picchia sul secondo: «Lo stallo è frutto della saldatura di interessi locali, dai professionisti alle imprese, che hanno sbarrato la porta a competenze esterne. Avevo raccolto le disponibilità di un trust di cervelli bipartisan, da Paolo Leon a Vittorio Magnago Lampugnani, ma non li hanno voluti. Un atto di arroganza. Il fatto è che la politica locale non ha esercitato la leadership».
Il secondo, che fino al momento in cui fece sbattere la porta era vicecommissario, spara sul primo: «A parte il fatto che lui sta a Teramo, a Roma o da altre parti e all’Aquila lo vediamo raramente, è stato un muro di gomma». Un esempio? «La ricostruzione degli alloggi periferici. Per sei mesi si è dovuto attendere il prezziario regionale, con il risultato che nessuno ha potuto presentare i progetti». E mostra una lettera spedita a Chiodi per sollecitare un contributo di 630 mila euro destinato a Paganica: «È un mese e mezzo che lo tiene fermo sul tavolo. Gli ho scritto: “Questi non sono i tempi di un commissario ma i tempi, forse, di un piantone”».

Veleni. Che sgocciolano su tanti episodi. Come quei 3 milioni di euro stanziati dall’ex ministro Mara Carfagna per un centro antiviolenza, che invece sarebbero stati dirottati un po’ per i lavori della Curia e un po’ per la struttura della consigliera di parità della Regione. O ancora i due milioni messi a disposizione dall’ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni per un centro giovani, milioni che secondo il sindaco sarebbero chissà come evaporati.
Per non dire delle chiacchiere intorno a una struttura nuova di zecca tirata su mentre tanti edifici d’arte sono ancora in macerie: il San Donato Golf Hotel a Santi di Preturo, pochi chilometri dal capoluogo. Sessanta ettari di parco in una valletta verde, quattro stelle, conference center , centro benessere… Inaugurato a ottobre con la benedizione di Gianni Letta, ha scritto abruzzo24ore.tv , «è meglio noto come l’hotel di Cicchetti». Vale a dire Antonio Cicchetti, ex direttore amministrativo della Cattolica di Milano, uomo con aderenze vaticane, stimatissimo da Chiodi e Letta nonché vicecommissario alla ricostruzione.
Ma il resort è qualcosa di più d’un albergo di famiglia. Nella società che lo gestisce, la Rio Forcella spa, troviamo parenti, medici di grido, uomini d’affari. E molti costruttori: il presidente dell’Associazione imprese edili romane Eugenio Batelli, Erasmo Cinque, la famiglia barese Degennaro… Ma anche la Cicolani calcestruzzi, fra i fornitori di materiali per il post terremoto e una serie di imprenditori locali. Come il consuocero di Cicchetti, Walter Frezza, e suo fratello Armido, i cui nomi sono nell’elenco delle ditte impegnate nel progetto C.a.s.e. e nei puntellamenti al centro dell’Aquila: per un totale di 23 milioni. Appalti, va detto, aggiudicati prima della nomina di Cicchetti. Però… Né sembra più elegante la presenza, tra i soci del resort, dell’ex vicepresidente della Corte d’appello aquilana Gianlorenzo Piccioli, nominato un anno fa da Chiodi consulente (60 mila euro) del commissariato.

L’intoppo più grosso però, come dicevamo, è il groviglio di norme, leggi e regolamenti. Gianfranco Ruggeri, titolare di uno studio di ingegneria, li ha contati: 70 ordinanze della Presidenza del Consiglio, 41 disposizioni della Protezione civile, 96 decreti del commissario. Più 606 (seicentosei!) atti emanati dal Comune dell’Aquila. Senza contare una copiosa produzione di circolari interne. Massa tale che a volte una regola pare in plateale contraddizione con l’altra. Un delirio.
Non bastasse, c’è la «filiera». Una specie di cordata para-pubblica che gestisce le istruttorie. I progetti si presentano a Fintecna, società del Tesoro. Poi vanno a Reluis: la Rete laboratori universitari di ingegneria sismica, coordinata dalla Federico II di Napoli. Quindi al Cineas, consorzio di cui fanno parte 46 soggetti, dal Politecnico di Milano a compagnie assicurative quali Generali e Zurich, che si occupa dell’analisi economica delle pratiche. A quel punto il percorso per avere il contributo erogato dal Comune è completo. Teoricamente, però. Nella sostanza non capita quasi mai al primo colpo. E la pratica rimbalza dentro la filiera come una pallina da flipper.
La Cineas ha valutate positivamente 4.163 delle 8.722 pratiche per le abitazioni periferiche? Ebbene, il Comune ha emesso contributi per sole 2.472 di loro, a causa di vari motivi. Per esempio il fatto che ben 1.138 riguardano singoli appartamenti, ma siccome manca la pratica condominiale a chiudere il cerchio, il finanziamento non può scattare. E nemmeno i lavori. Perché allora non prevedere una pratica unica per ogni condominio? Misteri…

Il risultato di tanti impicci è paradossale: in una città da ricostruire i costruttori mettono gli operai in cassa integrazione e licenziano i dipendenti. E quello che doveva essere il motore della ripresa è fermo. L’opposto esatto di quanto accadde in Friuli, esempio accanitamente ignorato a partire dal coinvolgimento dei cittadini. Il Friuli si risollevò per tappe: prima in piedi le fabbriche, poi le case, poi le chiese. Qui le fabbriche non hanno visto un euro, il miliardo promesso per rilanciare le attività è rimasto in cassa e l’economia è allo stremo. Si è preferita la strada della Protezione civile, del commissario, degli effetti speciali assicurati dalle C.a.s.e. spuntate come funghi dopo il sisma. Quelle con le «lenzuola cifrate e una torta gelato con lo spumante nel frigorifero». Peccato che adesso, dopo le fanfare e i tagli dei nastri, stiano saltando fuori anche le magagne. Alcune ditte che le hanno costruite sono fallite e non si sa chi deve risolvere certi guai. Come a Colle Brincioni, dove dopo le nevicate di febbraio si è dovuta puntellare una scala.
Sarebbe ingeneroso dire che sia stato tutto un fallimento. Ma dopo la fase dell’emergenza serviva un colpo di reni degno di questo Paese. E quello no, non c’è stato. A tre anni dal terremoto ci sono ancora 9.779 aquilani in «autonoma sistemazione». Persone che hanno perduto la casa e si sono arrangiate. Qualcuno di loro magari pregusta un appetitoso minicondono per le casette che hanno potuto costruire nel giardino dell’abitazione crollata. Nelle aree del terremoto ce ne sono la bellezza di quattromila. Ma è una magra consolazione. Anzi, rischiano alla lunga di essere, con l’attesa sanatoria, una ferita in più nella immagine della città antica da ricostruire.
Per le «autonome sistemazioni» lo Stato continua a pagare 100 mila euro al giorno. Una quarantina di milioni l’anno, a cui bisogna aggiungere la spesa per i 383 abruzzesi ancora in alberghi o «strutture temporanee» come la caserma delle Fiamme Gialle di Coppito, dove sono in 147. Il tutto va a sommarsi al totale, come dicevamo ignoto, sborsato finora. Una cifra nella quale ci sono i costi delle famose C.a.s.e. (808 milioni), dei Map, i Moduli abitativi provvisori che ospitano fra L’Aquila e gli altri Comuni ben 7.186 persone (231 milioni), dei Musp, i Moduli a uso scolastico provvisorio (81 milioni) e dei Mep, Moduli ecclesiastici provvisori (736 mila euro). Ma anche dei puntellamenti dei centri storici: solo per L’Aquila 152 milioni. Più i soldi per la prima emergenza (608 milioni) e i contributi già erogati per la ricostruzione delle case private: un miliardo e 109 milioni. Nonché i compensi della «filiera»: altri 40 milioni l’anno. E le opere pubbliche, le tasse non pagate, i costi delle strutture commissariali e dei consulenti… Il conto è salatissimo, ed è destinato a crescere esponenzialmente. Basta dire che per le sole abitazioni periferiche si dovrebbero spendere 1.524 milioni. E almeno il doppio per quelle del centro. Poi le chiese, le fabbriche, i ponti, le strade…

Foto Luigi Baglione

Ma L’Aquila vale il prezzo. Qualunque prezzo. È inaccettabile che si vada avanti così, navigando a vista, mentre uno dei centri storici più belli d’Italia si sbriciola, popolato soltanto di rari operai ai quali fanno compagnia ancora più rari cani randagi. Case disabitate, chiese vuote, negozi chiusi. Non si può accettare che il terremoto diventi solo il pretesto per far circolare del denaro, foraggiando una burocrazia inefficiente e strapagata, stormi di consulenti famelici, campioni del mondo di varianti in corso d’opera e revisioni prezzi, con l’unico obiettivo di impedire che la giostra infernale si fermi.
Un secolo e mezzo fa, scrivono Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise nello studio Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni , la nuova Italia savoiarda commise un errore storico ignorando la tragedia del sisma catastrofico avvenuto nel 1857 in Basilicata ai tempi in cui era sotto i Borboni: «La sfida delle ricostruzioni fu forse una delle prime perse dal nuovo regno». Se lo ricordi, Mario Monti: la rinascita dell’Aquila è una sfida anche per lui.

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NEL TERREMOTO DELL’AQUILA ERRORI DI COMUNICAZIONE

Posted by admin On settembre - 15 - 2011 1 COMMENT

LA RIVISTA SCIENTIFICA “NATURE” DEDICA UN NUMERO SPECIALE ALLA VICENDA DEL TERREMOTO CHE HA COLPITO E DISTRUTTO L’AQUILA IL 6 APRILE 2009
”Colpevoli?” Il punto interrogativo è gigantesco nel titolo dell’articolo che una delle riviste scientifiche di riferimento internazionale, Nature, dedica alla vicenda del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. Una storia alla quale Nature ha deciso di dedicare la copertina e che è destinata a diventare un caso internazionale. In gioco c’è l’enorme responsabilità di comunicare in modo equilibrato, ma anche efficace, il rischio che avvengano eventi naturali tanto catastrofici quanto imprevedibili, i terremoti innanzitutto, ma anche inondazioni e tsunami. Dopo la prima reazione di solidarietà agli indagati, fra i quali l’ex presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica (Ingv), Enzo Boschi, il mondo scientifico scende ancora in campo. Questa volta lo fa per capire che cosa è avvenuto di sbagliato nella riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009, le cui conclusioni sono costate ai sei componenti l’accusa di omicidio colposo plurimo. E’ fuori discussione, secondo i ricercatori, il fatto che prevedere un terremoto sia impossibile alla luce delle conoscenze scientifiche attuali. Bisogna piuttosto riflettere sulle strategie di comunicazione perché quello che è accaduto all’Aquila è destinato a fare riflettere e porterà i sismologi di tutto il mondo a chiedersi quale sia la strategia migliore per comunicare il rischio. Comunicazioni così delicate ”devono essere fatte bene, e all’Aquila non è stato fatto”: è il giudizio severo e senza appello espresso su Nature da Thomas Jordan, direttore del Centro terremoti dell’Università della California a Los Angeles e presidente della Commissione Internazionale sulla Previsione dei Terremoti (Icef). Tuttavia, la stessa rivista rileva che il 31 marzo 2009 la Commissione Grandi Rischi aveva lavorato in condizioni tutt’altro che facili. Nei giorni precedenti la tensione, già forte nella popolazione a causa dello sciame sismico in atto, era aumentata notevolmente in seguito agli allarmi sull’arrivo di un terremoto lanciati da Giampaolo Giuliani e basati sull’analisi delle emissioni di radon dalla roccia. I risultati di Giuliani, presentati da Nature come ”un tecnico di laboratorio”, sono giudicati ”insoddisfacenti” nell’articolo, che riporta i dati dell’Icef: Giuliani ”non ha ancora pubblicato un singolo articolo sul radon che abbia superato l’analisi dei revisori”, ossia la cosiddetta peer-review (revisione fra pari) che garantisce la legittimità di un lavoro scientifico. Inoltre quella riunione della Commissione Grandi Rischi, rileva ancora la rivista, era avvenuta in modo anomalo: le sessioni avvengono di solito a porte chiuse, ma in quell’occasione ”Boschi era rimasto sorpreso nel vedere decine di governanti locali e altre persone esterne alla comunità scientifica assistere alla riunione, durata circa un’ora, nella quale i sei scienziati si sono trovati ad affrontare un’ondata di timori da parte della popolazione locale”.

LA REPLICA. E’ difficile comunicare quando i dati non portano a conclusioni certe, quando è impossibile dire se qualcosa accadrà o meno: parlare dei terremoti è proprio questo e implica un’enorme responsabilità. Il problema è comune in tutto il mondo, ha rilevato il neo-presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), Domenico Giardini. ”Si tratta – ha rilevato – di trasferire l’incertezza verso una chiara indicazione da parte della Protezione civile: questo è davvero molto difficile”. Il punto, ha aggiunto, è che in occasione del terremoto all’Aquila ”si è determinato un problema al livello dei mezzi stessi di comunicazione: c’è stato cioè un ritardo nella tempestività delle notizie, con le radio locali che, nell’era della multimedialità, sono state le prime a comunicare ciò che stava accadendo”. Dalle pagine di Nature il sismologo dell’Ingv, Giulio Selvaggi, fra gli indagati della Commissione Grandi Rischi, rileva che ”il ruolo della scienza è fornire le informazioni sul rischio”, ma che ”il ruolo dei decisori è prendere atto di queste informazioni, così come di altre, per prendere decisioni per il bene comune”.

L’UDIENZA. La terra ha tremato per mesi a L’Aquila, per lo sciame sismico cominciato nell’ottobre 2008 e proseguito per tutti i primi mesi del 2009: scosse alle quali la popolazione era abituata, in una zona ad alto rischio sismico. Alle 3.32 del 6 aprile 2009 una scossa di magnitudo 6.3 provocò all’Aquila e nel circondario centinaia di crolli che causarono la morte di 308 persone e il ferimento di altre 1.600. L’inchiesta della procura della repubblica de L’Aquila sui crolli porta, il 25 maggio 2011, al rinvio a giudizio per sette componenti della Commissione Grandi Rischi. Secondo la tesi dell’accusa, i componenti della Commissione hanno dato una valutazione approssimativa allo sciame in atto da mesi nell’Aquilano e hanno fornito, in particolare subito dopo la riunione, cinque giorni prima del sisma, informazioni sommarie e comunque devianti perché hanno rassicurato la popolazione che invece, messa al corrente dei rischi, avrebbe potuto attuare precauzioni e comportamenti diversi. La prima udienza è fissata per il 20 settembre.

SFOGLIA IL NUMERO SPECIALE DELLA RIVISTA “NATURE” DEDICATO AL TERREMOTO

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RICOSTRUZIONE: IL TESORETTO PER L’AQUILA CHE L’INAIL NON RIESCE A SPENDERE

Posted by admin On agosto - 25 - 2011 1 COMMENT

A 28 MESI E MEZZO DAL TERREMOTO LA CITTA’ E’ ANCORA TOTALMENTE DA RICOSTRUIRE: IL SUO OSPEDALE E’ ANCORA DANNEGGIATO E COSI’ L’UNIVERSITA’. AL 30 GIUGNO DI QUEST’ANNO LA CIFRA MESSA DA PARTE DALL’ISTITUTO AMMONTAVA A 18 MILIARDI E 994 MILIONI, QUASI LA META’ DELL’ULTIMA FINANZIARIA. È UNO FRA I POCHISSIMI ENTI PUBBLICI CON I SOLDI IN CASSA…INCAMERATI PERO’ DAL TESORO
Da corriere.it, di Enrico Marro – A 28 mesi e mezzo dal terremoto che il 6 aprile 2009 colpì l’ Abruzzo, L’ Aquila è ancora da ricostruire, il suo ospedale è ancora danneggiato e così l’ Università. Ebbene: l’ Inail ha deliberato quasi un anno fa, con la determina 98 del 13 ottobre, due miliardi di investimenti, dei quali la metà, cioè un miliardo, per la ricostruzione, ma questi fondi non sono stati ancora spesi. «Purtroppo – spiega Marco Fabio Sartori, presidente dell’ Istituto nazionale per l’ assicurazione contro gli infortuni sul lavoro – le lunghe procedure e i tanti passaggi richiesti dalla normativa attuale, che impone all’ Inail di effettuare gli investimenti in Abruzzo in forma indiretta, rappresentano un ostacolo alla rapida realizzazione degli interventi». Così neppure questo ente pubblico, che è uno dei pochissimi che ha soldi in cassa da spendere e potrebbe «contribuire alla crescita dell’ economia», dice Sartori, riesce a farlo. Il procedimento di «evidenza pubblica» fissato dalla legge, che richiede numerosi passaggi (bando, manifestazioni di interesse, selezione valutazione dei progetti da parte di un advisor, via libera dei ministeri vigilanti dopo un’ analisi di compatibilità con i saldi di finanza pubblica), ha di fatto bloccato gli investimenti, aggiunge Sartori, che chiede di poter procedere invece in maniera semplificata (ovvero in forma diretta): «Preferisco assumermi direttamente le responsabilità del caso piuttosto che restare impantanato in tutti questi passaggi burocratici».
Secondo la determina del presidente, gli interventi in Abruzzo dovrebbero interessare 5 aree:
1)
La ricostruzione del tessuto urbano;
2)
Il settore sociale, ovvero la realizzazione di campus universitari e piani di edilizia pubblica a canone calmierato;
3)
Il settore turistico-ricettivo, con il recupero e la riqualificazione di alcuni centri storici danneggiati dal sisma;
4)
Il recupero di strutture sanitarie;
5)
La cultura con interventi su strutture danneggiate o da ricostruire. All’ Abruzzo servirebbero come non mai, ma i mille milioni stanno lì, stanziati da un anno, e non si sa quando verranno spesi, conferma il presidente. Stessa storia anche per l’ altro miliardo quello che, in linea con i vincoli di legge, l’ Inail deve destinare all’ acquisto di immobili da affittare poi alle pubbliche amministrazioni, su indicazioni ricevute dall’ Agenzia del Demanio. Mettiamo per esempio che a Teramo o a Vicenza o a Lecce ci sia bisogno di un edificio per ospitare uffici della polizia o delle Entrate. Bene: il Demanio chiede all’ Inail di comprare e poi gira l’ immobile in affitto. Ma perché proprio all’ Inail? Semplice: perché l’ Istituto presieduto da Sartori è uno dei pochi della pubblica amministrazione che chiude strutturalmente i bilanci in attivo. Incassa cioè più contributi (quelli che le imprese versano per l’ assicurazione sugli infortuni) delle prestazioni (indennità e rendite) che eroga. Anche l’ anno scorso, nonostante la crisi economica, ha chiuso con un attivo di 1,3 miliardi. Questi soldi, però, tranne una piccola parte che di tanto in tanto viene concesso all’ Inail di spendere secondo le modalità che abbiamo visto, non restano nelle disponibilità dell’ ente ma vengono incamerati per legge (la numero 720 del 1984) dal Tesoro presso un conto infruttifero nominalmente intestato allo stesso istituto. Ma di fatto vengono spesi dal governo per rientrare nei parametri di Maastricht. Negli anni il famoso «tesoretto» che si è accumulato sul conto del governo è diventato un tesoro che sta per sfondare quota 20 miliardi. Al 30 giugno di quest’ anno ammontava infatti a 18 miliardi e 994 milioni, quasi metà dell’ ultima finanziaria. Ma il punto non è questo, dice Sartori, «quanto che si tratta di risorse che potrebbero essere usate per promuovere la crescita di cui tanto si parla». Se solo si svincolasse una quota del tesoro dell’ Inail, prosegue il presidente, «si potrebbero promuovere investimenti nei settori strategici dell’ economia e di utilità sociale, con effetti positivi sulla produttività e l’ occupazione». A patto ovviamente che poi i soldi si riescano a spendere e non finiscano nella palude, come quelli per L’ Aquila.

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I FANTASMI DELL’AQUILA

Posted by admin On luglio - 12 - 2011 1 COMMENT

Da Repubblica.it, di Giuseppe Caporale – Trentasettemila assistiti, centro storico inaccessibile, macerie ancora ferme dal 6 aprile 2009, economia al collasso. Due anni dopo il sisma che provocò 309 vittime, oltre 1.600 feriti, la devastazione della città e di altri 56 comuni del cratere sismico, i numeri e le immagini disegnano ancora uno stato di emergenza. Non sono ancora terminati i lavori di messa in sicurezza degli edifici pericolanti. La ricostruzione del centro storico è una chimera. Nelle periferie la ripresa consiste in uno sviluppo disordinato, quasi fai-da-te.

La ricostruzione bloccata. La ricostruzione pesante, classificata E (16mila appartamenti) è ferma al palo, in centro come in periferia. Sono appena 721 i contributi definitivi già assegnati. Il resto è fermo. Due anni dopo il sisma, si sta ancora discutendo sulla definizione delle regole. “Non c’è chiarezza su una serie di punti fondamentali”, spiegano all’ordine degli ingegneri: dalla delocalizzazione degli interventi, fino alla spinosa questione delle seconde case. Tra i principali elementi d’incertezza c’è il costo dei restauri. Un’ordinanza ministeriale molto discussa fissa un rimborso pari a 800 euro al metro quadro. Troppo poco, secondo proprietari e professionisti. Poi c’è la questione dei criteri: in quali casi demolire, in quali riparare l’esistente. Poi, in quali aree può andare a costruire chi ha perso la casa.

I progetti finanziati. I progetti E finora finanziati, 721 a fronte di 2.761 domande presentate, secondo i tecnici sono più che altro riconducibili alle super B, cioè ai casi più semplici. Tuttavia, questi interventi servono a realizzare il rinforzo degli edifici e non la sostituzione edilizia. Numeri decisamente più consistenti, invece, per le ristrutturazioni delle abitazioni categoria B e C, che non presentano danni strutturali. Per la prima categoria sono state ammesse a contributo 7.850 domande, mentre 1.020 sono quelle vistate positivamente per la seconda. Complessivamente, la somma totale ammessa a contributo per le case con tipologia B, C ed E risulta pari a 571 milioni di euro, per un totale di 9.591 domande. Per le case A (danni lievi) sono stati concessi 7.160 contributi pari a 65 milioni. Le richieste di indennizzo sono finora 12mila. Per 4.600 edifici è stata presentata la dichiarazione di fine lavori, quindi i residenti sono potuti rientrare in casa.

La città al collasso. La questione economica è una delle partite ancora aperte. Ormai da un anno gli aquilani sono tornati a pagare le tasse dopo la sospensione di 14 mesi (aprile 2009-giugno 2010). La restituzione delle tasse sospese scatterà, al cento per cento, a fine anno. Si è tornati a pagare le bollette di telefono, gas, energia elettrica e acqua, oltre ai pagamenti di Ici e Tarsu, del canone Rai e dei bolli auto. Gli aquilani sono alle prese con le rate di mutuo, in molti casi anche su abitazioni danneggiate, interessi compresi. Ricomparse anche le cartelle esattoriali di Equitalia per il recupero di vari tributi (Ici, Tarsu, Irpef, multe). L’annuncio della zona franca urbana, una misura di sostegno alle imprese per favorire il rilancio del sistema economico piegato dagli effetti del sisma, è rimasto tale. L’iter burocratico per ottenere la concessione, particolarmente lungo e complesso, è ora nelle mani dell’Europa. A due anni dal sisma la disoccupazione è salita dal 7,5 all’11 per cento, senza tener conto di chi usufruisce degli ammortizzatori sociali. Un vero esercito.

Le macerie arenate. Per capire il dramma delle rovine dell’Aquila basta leggere un rapporto di Legambiente. Il contenuto è durissimo: L’Aquila e gli altri 56 comuni terremotati saranno liberi dalle macerie solo nel 2079. In un contesto di indecisioni, ritardi, rimpalli di responsabilità, dal dossier emerge la macchina pubblica in tutta la sua inadeguatezza, a cominciare dall’azione più semplice, cioè la valutazione delle macerie prodotte dai crolli nella notte del 6 aprile 2009 e dalle demolizioni controllate degli edifici pericolanti. Sulla base di calcoli fatti dalla Protezione civile e dai Vigili del fuoco, risultano 4,5 milioni di tonnellate di macerie, pari circa a 3 milioni di metri cubi. Di questi solo un milione di metri cubi si troverebbe sulle strade, impedendo di fatto l’accesso e quindi la possibilità di procedere alla ristrutturazione degli edifici. La stima massima complessiva raggiungerebbe i 2.650.000 metri cubi di calcinacci, di cui circa 1.480.000 solo nel capoluogo (56%).

Il nodo dello stoccaggio. L’altro problema messo in luce nel dossier è quello dello stoccaggio dei detriti. Dallo studio emerge che: “Le macerie spostate finora sono state portate sempre ed esclusivamente alla cava ex Teges, il sito di Paganica individuato un anno fa dalla Protezione civile, affidato al Comune dell’Aquila e gestito dalla Asm, la municipalizzata incaricata del servizio rifiuti nel capoluogo abruzzese. Secondo le informazioni fornite dall’assessorato all’Ambiente, qui vengono conferiti i detriti tal quali, così come previsto dal decreto terremoto dell’aprile 2009, per un quantitativo che oscilla tra le 500 e le 600 tonnellate al giorno. Dopo le proteste degli aquilani, con le incursioni del popolo delle carriole nella zona rossa, viene definito, a valle di un incontro al ministero dell’Ambiente, un nuovo piano di rimozione. Da quella data, lo smistamento dei materiali come il ferro, il legno, la plastica, avviene direttamente sulle strade con l’impiego di grossi container, mentre gli inerti e il sovvallo rimanenti prendono la strada della ex Teges, in cui attualmente arrivano a una media di 150 tonnellate al giorno.Quello che dovrebbe essere un sito di stoccaggio temporaneo, però, rischia di diventare a tutti gli effetti una discarica. Fino a oggi, infatti, la ex Teges si è riempita e quasi mai svuotata, tanto che ormai è vicina alla saturazione. Dal sito, grazie a due bandi del Comune dell’Aquila, sono uscite in totale 23.000 tonnellate di inerti a fronte, sempre secondo le stime dell’amministrazione comunale, di circa 90.000 tonnellate di macerie rimosse. Nell’ipotesi volutamente più pessimista, procedendo cioè al ritmo attuale, per eliminare tutte le macerie del terremoto ci vorrebbero altri 69 anni. Per scongiurare questa prospettiva occorre un cambio di marcia deciso, con l’immediata individuazione e attivazione di tutti i siti necessari”.

Il riciclo che conviene. Inoltre, passaggio fondamentale del dossier è quello sulla green economy e sul riciclo delle macerie della ricostruzione. La produzione e l’utilizzo di materiale edile da riciclo è un’attività prevista dalla legge 203/2003, che obbliga all’impiego negli appalti pubblici del 30% di materiali riciclati (che la circolare n.5205 del 15 luglio 2005 ha esteso al settore edile). Una legge dello Stato in vigore da sette anni che risulta totalmente disapplicata, e non solo in Abruzzo. A tal proposito si legge nello studio di Legambiente: “Secondo l’Anpar (l’associazione che riunisce i produttori di aggregati riciclati, ndr), un impianto di riciclaggio di taglia medio-grande può trattare fino a 250mila tonnellate di inerti all’anno. Il che significa che, potenzialmente, una decina di impianti dislocati nel territorio della provincia dell’Aquila potrebbero lavorare in circa due anni tutti gli inerti derivanti dalle macerie del terremoto e produrre oltre 4 milioni di tonnellate di aggregato riciclato (la quantità di aggregato riciclato prodotto coincide in genere con la quantità di materiale lavorato)”.

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DIMENTICANDO L’AQUILA

Posted by admin On maggio - 13 - 2011 2 COMMENTS

Più che altro sembra ci sia stato un maremoto. Sono rimasti cocci, bottiglie rotte e microfoni spenti. L’ultimo è stato il presidente Napolitano ma l’impressione generale è che ministri e capi di stato siano un lontano ricordo. Le celebrità solidarizzano già con altre sciagure. Sparite associazioni e bande musicali. A L’Aquila vengono solo sottosottosottosegretari, soprintendenti delle Belle Arti, portaborse, gente senza scorta, comparse cioè di un sistema che ha già suonato il de profundis.

D’altronde, parliamoci chiaro, cosa vogliono ancora gli aquilani ? Vivono dentro le tendopoli? Hanno fatto le vacanze al mare? Stanno nei container come i poveracci dell’Irpinia? Hanno tutti una lavatrice e un televisore al plasma? Sono stati risarciti? Hanno intascato i fondi per le aziende? Il lavoro è ripartito? E allora?

Allora, se qualcuno seriamente si è posto tali domande, se anche per un secondo avete fatto certe considerazioni, allora significa che il Potere va come un treno e che avete in pappa il cervello. Perché non c’è da scomodare Adorno per sapere che non è il giudizio informato a creare l’opinione ma l’autorità dominante. Le notizie invecchiano rapidamente e l’autorità vuole che il caso L’Aquila sia chiuso. Le telecamere sono spente e il padrone del mondo ci dice con il silenzio dei giornali, della televisione e, nella peggiore delle ipotesi, con gli invitati a Forum taroccati, che a L’Aquila tutto è stato fatto, che ora tocca agli aquilani rimboccarsi le maniche. Mica, da mezzi meridionali quali sono, vorranno assistenza per tutta la vita? E no cari aquilani.

Questo è il messaggio confuso ma disarmante a cui è sottoposto subdolamente l’italiano da un po’ di tempo a questa parte. Basta chiedere in giro. Ormai siamo occupati con disgrazie più generose di immagini, amori tragici e inquinamento-stermina-tutti. Un brusio indistinto come sottofondo e la memoria selettiva hanno sedimentato nella penisola un’immagine di L’Aquila che corrisponde più o meno a quello delle baite in Trentino, casette in legno, prati verdissimi, uccelletti canterini, rose fiorite e ruscelli benefici. D’altronde se qualcuno ha speso 300mila euro di copertura mediatica per ogni sua comparsata a L’Aquila, se con il sisma di L’Aquila si sono recuperati consensi, impossibile sarebbe ammettere un qualsiasi fallimento. Ma in una città bombardata, finita la guerra, ti aspetti di vedere gente arrampicata sulle impalcature, gru, sacchi di cemento e impastatrici che girano pure la notte. Non ti aspetti che sia madre natura ad occuparsene, che sia lei con misericordiosa iniziativa ed efficientissima spontaneità a ricoprire di verde, di muschi e pianticelle, i resti a terra di quella che, a dar retta alla geografia ufficiale, ancora è un capoluogo di regione.

Quando arrivo per prima cosa vado in cerca di un ufficio informazioni. Lo trovo in corrispondenza del cimitero in un container nel quale mi accoglie una donna sulla cinquantina. Mi mostra una cartina, mi indica le due strade visitabili poi mi sorride. Faccio per andarmene ma lei mi ferma, appena imbarazzata mi dice, semmai ne avessi la curiosità, arrivato alla fine del corso, di girare a destra, in via XX settembre, lì troverò la casa dello studente e quella dell’avvocato che ha perso tutta la famiglia. La guardo allibita e lei si giustifica abbassando gli occhi, che sono in tanti a chiederlo. Quando ci si abitua all’eccezionalità, a schivare le macerie per mesi e camminare fra case pericolanti, la tentazione è proprio questa, la totale distruzione può diventare una macabra attrazione turistica. Questo è il mio primo pensiero, solo in seguito scoprirò il significato di questa indicazione, quando mi ritroverò a camminare per la città che, tecnicamente, non è più una città. E’ un luogo surreale, perché nei luoghi surreali c’è sempre un silenzio surreale e fantasmi e costruzioni strambe, cassetti aperti, cani randagi, armadi, orologi liquidi che vengono giù da un imprecisato punto del cielo. C’è odore di segatura e di cemento. In un vicolo un operaio utilizza un martello e fischietta un motivetto che fa rabbrividire. Dietro tanta follia non ci sono Dalì o Buñuel, no, ci sono i nomi che tutti conosciamo e di cui nessuno parla più, di chi, consapevolmente, in un modo o in un altro eppure sempre avidamente, ha tratto vantaggio da questa situazione: il signor Assassino e la signora Carogna, mister Porcio e madame Iena, il piccolo Bastardo e il grande Corrotto. A questo punto mi torna in mente il mondo reale, due anni orsono qui è successa una cosa, un fatto che tutti ricordiamo ma che lentamente, a causa forse del dissacratorio modus vivendi di uno società agonizzante, una società pronta ad ingoiare ogni evento senza masticarlo, dove ogni vicenda umana è destinata a diventare spazzatura finita l’emozione del momento, dopo un martirio comunicativo degno di Orwell, sta diventando un fatto come un altro, una normale situazione straordinaria. Cause, responsabilità, interventi non contano più nulla, ormai l’insensato è robusto, ben piazzato, radicato nella quotidianità. La gente è fuori e il centro è morto, le speranze al macero, ecco tutto.

Un po’ di pudore mi consiglia di non far domande, di abbassare la testa, di lasciare questa persone con il proprio dolore e la propria disillusione, di scappare via, di fingere che tutto questo non possa essere vero. Finché non leggo un cartello ad una transenna che dice: “l’unico aiuto che potete dare è riportare con onestà quello che vedete e fare in modo che tutti conoscano la dignità e la forza che ci fanno andare avanti”. Capisco allora che il consiglio della signora all’ufficio informazioni era solo un gesto d’amore per la sua città.

Ho contato tre bar aperti nel centro, gli altri sono sistemati tutti come bancarelle sul viale della Croce Rossa. In uno trovo Alfredo che subito mi chiede di dove sono. Gli spiego che da dove vengo io il terremoto lo conosciamo e questo sembra un punto comune che ci mette a nostro agio. Mi ripete sia lui che gli altri che incontrerò in avanti, che il timore maggiore è che vengano abbandonati, dimenticati. Per questo hanno tutti una gran voglia di parlare, di sfogarsi, di far conoscere le proprie storie, perché il terremoto è un evento totalizzante, una faccenda che ha squassato ogni cellula degli aquilani ed ora, dopo essere stati al centro del mondo, dopo le pagliacciate internazionalizzate, dopo che gli sciacalli si sono saziati, dopo che mangiafuoco ha sbaraccato il teatrino, questo tragico silenzio li terrorizza.

Quando faccio sapere che sono qui per capire cosa è successo, diventano un fiume in piena, come il barista di Paganica che mi serve il caffè nel container piazzato lungo la strada per Onna e che lui, con i suoi risparmi, ha dovuto comprare. Parla a denti stretti poi mi conduce nella via dietro, dove c’è il vecchio bar. Ci sono crepe che c’entrano una mano. Sai quanto ho avuto dallo stato? Ottocento euro per tre mesi. Questo è il trattamento per i commercianti. Tiro a campare ma da dicembre non so cosa succederà visto che dovremo tornare a pagare le tasse al 100%. La presa per il culo massima è che gli aquilani dovranno risarcire anche le tasse degli ultimi sei mesi, visto che lo slittamento fino a dicembre era stata considerata solo una proroga.

Ad Onna si rimane basiti. Lo spettacolo è raccapricciante e insopportabile. Il paese è un mucchietto di residui trapassati, pietre che almeno fino a qualche tempo fa sembravano denunciare quel 6 aprile ma che ormai sono oltre la linea muta della storia. Onna, malgrado tutto, è un paese fortunato, il governo tedesco si è impegnato nella sua ricostruzione in ricordo della strage di 17 innocenti che i nazisti trucidarono durante la ritirata. Pare che in questo affare anche la Thyssen abbia sborsato parecchio, il che, sinceramente, fa un po’ ridere quando poi la stessa chiede di essere risarcita da chi crepa dentro le sue fonderie. Come a dire che il bene non è mai scevro dal male. Ma il nostro è un pianeta delle contraddizioni, allungano una mano dopo che ti hanno massacrato o se devono lavarsi la coscienza.

Nando invece, insegnante di musica ora trasferitosi a Cagnano, mi racconta che quel senso di solidarietà che si respirava dopo il sisma sta svanendo, ora stanno emergendo piccoli e pericolosi campanilismi alimentati anche dalle 57 amministrazioni comunali che sono entrate in quello che viene chiamato “cratere”, cioè fra quelle a cui in teoria verranno concessi fondi straordinari e condizioni privilegiate per la ricostruzione. Ovvero l’unica vera possibilità che le piccole urbanizzazioni, i borghi, hanno per evitare lo spopolamento. Ognuno così rivendica qualcosa. Quel sindaco è stato più bravo, l’altro meno. Lì costruiranno, là no. E’ comprensibile che tutti, terminata l’emergenza, cerchino di tirare l’acqua al proprio mulino, l’individualismo fa parte dell’umano, ma rattrista comunque. Mi parla anche della Fintecna, società controllata dal Ministero dell’Economia, che ha il compito di rilasciare i finanziamenti per la ricostruzione, fino a 150mila euro. Questa ed altre società sono pronte a comprare ad un prezzo irrisorio le case che prima costavano 5mila euro a metro quadro, come per esempio quelle di via Vittorio Emanule. Paradossalmente per gli aquilani, se qualcuno che non vive a L’Aquila si sta adoperando per fregarsi le case migliori, significa che su in alto si è deciso che prima o poi la città ripartirà.

A L’Aquila, città senza cittadini, c’è il traffico di Roma e non ci sono indicazioni, la gente gira a vuoto in cerca di un ufficio così io che devo prendere verso Teramo mi accorgo che passo come un idiota sulla stessa via per cinque volte. Fermo un tizio che, dalla livrea, è appena uscito da un cantiere. Rinor, giovane macedone, mi dice che deve andare nella mia stessa direzione e in cambio di un passaggio si propone per accompagnarmi. Lui viveva in affitto. Ora si ritrova con una casa piena di lussi, addirittura dentro il bagno delle C.A.S.E. ci ha trovato lo spazzolone. Cosa potevo voler di più? Certo si trova fuori mano e per comprare un pacco di pasta devo fare 10 km di macchina ma si sente baciato dalla fortuna. Ci ripensa un attimo, mi dice, Se anche avessero rubato un po’… che male c’è? Res Ipsa Loquitur.

Il mio punto di vista non assomiglia al suo ma io qui non ci vivo e questa, attualmente, è una bella fortuna. Comunque riesce ad indicarmi la strada che cercavo. Ma al di là di ogni giudizio sulle considerazioni dei singoli mi pare che il trend sia chiaro: chi non aveva nulla ci ha guadagnato una casa e in qualche modo ha trovato la spinta per ricominciare, chi aveva poco, come il barista, ha perso tutto, chi aveva molto si ritrova con poco. Oltre a questi ci sono gli esperti della filiera ricostruttiva, architetti, ingegneri, geometri, burocrati a cui il lavoro ora non manca di certo. E potete starne sicuri, in un paese marcio di corruzione, gli abruzzesi non fanno eccezione.

Ma le iniziative populiste continuano, per lo meno a ridosso delle elezioni. Sono stati stanziati fondi per le aziende che verranno erogati solo nel 2015 quando, verosimilmente, ci sarà un altro governo. Ha ripreso vita la pensata fantastica del ministro Romani: L’Aquila zona franca. Niente IVA. Tutta Italia verosimilmente arriverà qua per comprare sigarette e benzina. I nuovi centri commerciali, dove ora gli aquilani vanno a sbattere la testa come animali in gabbia drogati, gioiscono. Verosimilmente tutti i commercianti un passo fuori dalla provincia di L’Aquila andranno in rovina ma insomma, c’est la vie!

Ma quello che più fa impazzire è che, in un paese normale, dopo tanto vomito, dopo tutte le offese ricevute e i malaffari e le puttane e la tracotanza eccetera eccetera, ci si potrebbe aspettare per lo meno di avere un sistema di forche ben funzionante o, come minimo, che alle prossime elezioni i partiti da votare si chiamino la Gironda, Montagna e Padule, quelli proprio della Rivoluzione Francese. Com’è possibile che il potere si rafforzi grazie ad una disgrazia che ha gestito solo come un profitto, come una merce? Ma forse la domanda è un’altra, seriamente, cosa stiamo diventando? Cosa devono farci ancora? Siamo più informati, abbiamo accesso a tutte le notizie immaginabili, eppure siamo superficiali, stupidi e ignoranti. A pensare che il povero Leopardi avvisava di un simile pericolo già parecchio tempo addietro.

Detto questo, non rimane che fare un ultimo sforzo. Immaginate, se potete, che ogni mattina che uscite di casa (un modulo abitativo a 10 chilometri dal centro di cui già sappiamo ogni particolare) per andare al lavoro di essere costretti a passare davanti la casa dove siete nati. La casa di proprietà che magari avete ereditato dai vostri genitori. Le finestre sono rotte, la cucina e il frigorifero in cui avevate attaccato l’adesivo della vostra squadra sono in bella vista per uno squarcio nel muro, nel terrazzo ci sono ancora i pantaloni che il 5 di aprile 2009 avevate messo ad asciugare. In quello stesso edificio che ora cercate di non guardare il vostro vicino è stato ritrovato in cantina direttamente dal quarto piano, nella stessa via non abita più nessuno ma ci sono ancora le auto fracassate di alcuni conoscenti. Secondo voi, c’è il rischio che vi abbrutiate? Ci può essere qualche motivo per un rancore incondizionato? Per sputare veleno e fare qualche sciocchezza?

Chi a L’Aquila è di passaggio finisce per provare un profondo rispetto verso gli aquilani; si vorrebbe poter condividere con loro le pene o almeno le fatiche. Mi prometto allora che conserverò gelosamente le vecchine che al passaggio del Cristo in piazza Duomo piangevano, porterò con me lo sguardo del barista di Paganica e le macerie di Onna. Mi dico, da buono studente, che per me questi rimarranno per sempre ricordi su cui riflettere. Perché da una visita a L’Aquila, pure se sono passati due anni, se ne esce con le ossa rotte. Ma proprio mentre lo penso ho anche l’inquietante percezione degli agguati che mi aspettano appena imboccherò l’autostrada. So, temo, che prima o poi l’idiozia in ogni sua forma spettacolare, che sia una partita di Champions o l’ultima legge abominevole, annichilirà questa mio amaro frastorno facendomi tornare a quella vita (sub)reale senza sofferenze reali, questa vita leggera che si concretizza solo in desideri passeggeri fatti di prodotti per il corpo e automobili parlanti. Ci saranno altri terremoti e altri brutali assassini su cui dibattere qualche ora. Ci sarà sempre una notizia più importante di quella vecchia. Di nuovo plastici e approfondimenti. Sempre piacevolmente intrattenuti, informati e narcotizzati.

Luca Pakarov, scrittore e giornalista free-lance, “settantasettino memore di scritture su varie riviste anarchiche spagnole”, ha scritto l’antologia di racconti ‘Terminal’ (Edizioni Clandestine, 2007) e ha pubblicato diversi articoli su Rolling Stone magazine (di cui qualcuno ripreso qui su Comedonchisciotte).
Riguardo all’articolo pubblicato qui sopra dichiara:
L’ho scritto veramente più per gli aquilani che per me. Non so, sentivo che dovevo loro qualcosa…

Fonte: www.comedonchisciotte.org

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CHE FINE HANNO FATTO I SOLDI PER RICOSTRUIRE L’AQUILA?

Posted by admin On maggio - 9 - 2011 ADD COMMENTS

report_raiL’Aquila, 9 mag 2011 – La trasmissione Report riaccende i riflettori sulla ricostruzione lasciando però grandi interrogativi. La puntata condotta da Milena Gabanelli e intotolata “I Biscazzieri” ha sbattuto appunto contro un muro di gomma.
Per ricostruire L’Aquila si è deciso di puntare molto sui giochi si è puntato molto tant’è che è stato fatto un decreto apposito chiamato “Interventi urgenti sulle popolazioni colpite da sisma” e appunto dai giochi si prevede di destinare 500 milioni l’anno fino al 2032. Sono stati introdotti nuovi giochi tra cui il Win For Life e le video lotterie ma i concessionari restano sempre gli stessi. Per quanto riguarda le video-lotteris c’è stata addirittura una tassazione anticipata di 15.000 euro da destinare al cratere ma di questi soldi fino ad ora non si è visto nulla. La stessa trasmissione Report ha cercato di contattare sia il Ministro delle finanze Giulio Tremonti sia Alberto Giorgetti, sottosegretario a via XX Settembre, per chiedere come mai i 500 milioni destinati dal contributo sui giochi d’azzardo ai terremotati dell’Abruzzo non sono mai arrivati. Senza però ricevere mai una risposta.

Anche il giornalista del corriere della sera Sigfrido Ranucci si è chiesto: ”A L’Aquila cosa sanno dei fondi dei giochi destinati dal Decreto Abruzzo alla ricostruzione?

A rispondere Stefania Pezzopane, assessore comunale alle politiche sociali:

”Noi abbiamo letto tanti comunicati stampa, relativi a vari giochi, anche a questi nuovi: win for life ed altri, in cui si parla addirittura di un miliardo e due di fondi derivanti dai giochi.

A parte un po’ il malessere di pensare che bisogna incentivare gli italiani a giocare, giocate, giocate, giocate così arrivano i soldi per il terremoto.

Ma, ecco, una cifra come questa, un miliardo e due per la ricostruzione, è assolutamente impossibile ad oggi, non ce ne sono tracce di questi fondi. Abbiamo chiesto al governo e la risposta è stata ad oggi ancora nulla. E’ bene che si faccia chiarezza se la deve fare il ministro Tremonti, la devono fare l’Agenzia delle Entrate, la deve fare la Ragioneria generale dello Stato, chiunque sia: faccia chiarezza.”

Un muro di gomma contro cui si è scontrato anche Report:

” Sono passati due anni dal terremoto – racconta Ranucci – L’industria dei giochi nel frattempo ha fatturato circa 120 miliardi di euro. E nelle casse dello stato ne sono finiti circa 20.

Ma dove sono finiti i soldi destinati per legge alle popolazioni colpite dal terremoto?

Abbiamo chiesto al Sottosegretario all’Economia Alberto Giorgetti, competente sui giochi, ma dopo averci dato la sua disponibilità e averci chiesto preventivamente le domande ha detto di no. Abbiamo chiesto anche al Ministro Tremonti. Ma neppure lui ci ha risposto.

I concessionari ad oggi hanno pagato in anticipo 850 milioni di euro. Questi soldi dovevano essere destinati alla ricostruzione. Sono forse andati alla Protezione Civile? Per saperlo bisognerebbe vedere la rendicontazione che non risulta essere stata presentata. Su come stanno le cose gli interlocutori, al Ministero delle Finanze, non hanno risposto.”

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LA PROTEZIONE CIVILE HA INGHIOTTITO L’AQUILA

Posted by admin On aprile - 21 - 2011 Commenti disabilitati

AL 150ESIMO ANNO DELL’ITALIA UNITA UNA CITTA’ MANCA ALL’APPELLO….
Sarebbero necessari 3,5 miliardi per i restauri, finora sono arrivati 96 milioni. Manca il coordinamento, il Mibac è di fatto esautorato
citta-inghiottita-dalla-protezione-civileL’Aquila è «una città morta, rubata da uno stato parallelo: un furto di chi ha gestito in modo autoritario l’emergenza». Una dichiarazione forte di Marisa Dalai Emilia

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L’AQUILA 2 ANNI DOPO: CLIMA SURREALE IN CITTA’

Posted by admin On aprile - 6 - 2011 1 COMMENT
Promesse disattese al G8 - alcuni passanti calpestano i grandi della terra. Foto Repubblica

Promesse disattese al G8 - alcuni passanti calpestano i grandi della terra. Foto Repubblica

Nel secondo anniversario del terremoto, L’Aquila appare in una condizione surreale, in uno scenario caratterizzato da edifici messi in sicurezza e pochi cantieri avviati. C’é poca gente in giro, nella giornata di lutto cittadino, e questo non è dovuto solo al fatto che nel corso della commemorazione notturna, svoltasi in un clima freddo, erano ventimila gli aquilani intervenuti. Tra i pochi a girare ci sono turisti che si fermano nei luoghi simbolo del terremoto, tra i quali la Casa dello Studente. Il traffico veicolare è molto al di sotto della media, rispetto alle giornate normali, quando, in queste ore, è addirittura snervante. Molti negozi sono chiusi, come anche molti bar, e per questo ci sono stati disagi per i cittadini, alla ricerca di un punto di ristorazione per il break di metà giornata, visto che gli uffici sono rimasti aperti. Nelle scuole c’é stata lezione, nelle aule sono stati osservati cinque minuti di silenzio per ricordare le vittime, anche se per alcuni istituti, alla luce dell’autonomia scolastica, i responsabili hanno deciso la chiusura.

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DOPO 3 ANNI LE IMMAGINI NON INGIALLISCONO...



bcc


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6 Aprile 2009 3.33 Reset - Sito ad aggiornamento aperiodico ai sensi della Legge n. 62 del 07.03.2001 pertanto lo stesso non puo' considerarsi un prodotto editoriale ma un aggregatore di notizie su L'Aquila e sulla sua ricostruzione - Le fotografie firmate contenute nel sito sono di proprieta' degli autori, per il loro uso e la loro pubblicazione e' necessario chiederne espressa autorizzazione. Alcune delle foto presenti sono state prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Email: info@laquilanuova.org

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