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February , 2012
Saturday

L’Aquila, Earthquake, Capoluogo d’Abruzzo, Terremoto, Perdonanza, Porta Santa, Celestino V, Federico II, Giubileo, G8 L’Aquila 2009

Non è forte chi non cade, ma è forte chi cade e si rialza. L’Aquila alzati e torna a volare – RBE ’78

IL RAPPORTO BARBERI

Posted by admin On ottobre - 15 - 2009
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Cos’è il “Rapporto Barberi” o “Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia“? L’opera è reperibile presso le biblioteche del Servizio Bibliotecario Nazionale, usando il codice IT\ICCU\CFI\0478458. Citato più volte da Franco Barberi nelle giornate successive al tragico terremoto di L’Aquila, il documento di 1.450 pagine in tre volumi elenca gli edifici pubblici delle zone indicate, dando una classificazione di vulnerabilità sismica. La scala di pericolo è di facile interpretazione ed è la seguente:

B Bassa
MB Medio Bassa
M Media
MA Medio Alta
A Alta.
Gli edifici censiti in 1.510 comuni di sette regioni del centro-sud Italia, sono stati circa 41.000, il 24% dei quali definiti “complessi di culto”. Per la rilevazione ci si è avvalsi di ingegneri, architetti e geometri assunti tra i Lavoratori Socialmente Utili. Il progetto avviato nel 1995 e terminato nel 1999, è stato finanziato con circa €450.000, impiegando ben 1.066 lavoratori, di cui 918 tecnici e 148 tra informatici ed amministrativi. Tutti i lavoratori hanno prima partecipato ad un corso di 40 ore divise equamente tra teoria e pratica allo scopo di acquisire le necessarie competenze sulla vulnerabilità sismica degli edifici. Nell’insieme sono state coinvolte 15 Prefetture per il monitoraggio e la raccolta delle schede di rilevazione, sotto la guida del GNDT-CNR. Grande cura è stata posta nel controllo sugli errori fatti definendo limiti di qualità molto rigorosi. Altri €246.000 sono stati spesi per i rimborsi spese di viaggio ed €119.000 per docenze. Le spese per gli spostamenti sono state comunque tenute sotto controllo evitando tragitti superiori ai 50 Km, mentre le azioni di tutoraggio sono state svolte direttamente dal GNDT (Gruppo Nazionale per la Difesa dai terremoti).
Nel terzo volume gli edifici sono elencati per regione e comune, con le caratteristiche strutturali, e l’indice di vulnerabilità. Si scopre subito che all’Aquila vi erano ben 10 edifici in muratura a rischio alto o medio alto. Manco a dirlo i primi dell’elenco sono il Conservatorio di via Gaglioffi e la Prefettura. Sfogliando il volume non mancano le sorprese, come il fatto che l’unica scuola elementare di San Giuliano di Puglia, crollata nel terremoto di novembre 2002, è stata classificata a rischio medio basso.
Scopriamo ancora ad una prima veloce lettura che a Chieti vi sono esattamente 100 edifici in cemento armato classificati a rischio alto ed 88 medio alto. A Pescara compaiono 258 edifici a rischio alto o medio alto, mentre a Teramo ve ne sarebbe solo 1. Questo per far riferimento solo all’Abruzzo. Nei prossimi giorni avrò modo di pubblicare alcuni di questi dati riguardanti altre regioni. Nel frattempo, se abitate in una delle regioni interessate e volete sapere la classificazione della scuola dei vostri figli o dell’edificio pubblico dove lavorate, potete scrivermi alla casella lexcivilis@gmail.com. Sarà ben lieto di rispondere, informandovi su quale sia la classificazione riportata nel censimento.
Fonte: Edoardo Capulli da http://lexcivilis.blogspot.com


QUEL RAPPORTO, DI DIECI ANNI FA, CHE FA TREMARE L’ITALIA

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L’Aquila e il suo tragico terremoto faranno finalmente partire la prevenzione? Gli esperti vivono con frustrazione questi momenti, uguali a quelli seguiti a ogni sisma senza che nessuno abbia ascoltato le loro indicazioni. Anche perché mezza Italia rischia di essere distrutta come il capoluogo abruzzese, se non si interviene.
Non si tratta di spicciolo allarmismo perché sono dati forniti da Franco Barberi, docente al Dipartimento di scienze geologiche dell’Università Roma Tre e presidente vicario della commissione grandi rischi della Protezione civile: “Le zone sismiche più pericolose coprono il 45 per cento del territorio e solo il 14 per cento degli edifici presenti in queste zone è stato costruito con criteri antisismici” spiega l’ex sottosegretario alla Protezione civile. Perciò “l’unico modo per difendersi dai terremoti è realizzare interventi antisismici di prevenzione sugli edifici vecchi, cioè costruiti prima della classificazione antisismica”, che risale al 1984.

Solo allora, 4 anni dopo il disastro dell’Irpinia, si cominciò a parlare di prevenzione. L’Italia venne divisa in tre zone a pericolosità decrescente, salite a quattro con l’aggiornamento della classificazione del 2003. Dopo la prima indagine di vulnerabilità sismica all’indomani delle scosse registrate in Garfagnana nel 1985, un punto fermo resta il corposo lavoro coordinato dall’allora sottosegretario Barberi e concluso nel 1999, che dice tutto nell’altrettanto corposo titolo: Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia. Il Gruppo nazionale difesa terremoti censì quasi 41.300 edifici nella parte d’Italia più a rischio. In Puglia venne valutata solo la provincia di Foggia e in Sicilia la parte orientale dell’isola. Nel 2000 seguì un censimento a campione dell’edilizia privata e nel 2001 quello sugli edifici monumentali. Il migliaio di pagine del 1999 fu inviato a tutti gli enti locali. Quanti amministratori l’hanno letto? Quanti si sono rimboccati le maniche?
Dallo studio si scopre che mediamente gli edifici pubblici in cemento armato sono più a rischio di quelli in muratura. “E più passa il tempo più si aggrava la situazione” spiega Barberi a Panorama. “Sugli edifici degli anni Cinquanta il problema riguarda la vita del cemento armato, a prescindere dalla qualità che spesso lascia a desiderare. Se ne stanno occupando tecnici a livello europeo. Le vecchie case in muratura reagiscono a un terremoto meglio dei primi edifici in cemento armato”.
Facciamo qualche esempio portando come paragone L’Aquila, la cui prefettura, ora distrutta, era in muratura e classificata a rischio medio-alto. A Napoli sono a rischio medio di vulnerabilità il Palazzo Reale in piazza del Plebiscito, il teatro San Carlo, due padiglioni dell’ospedale Cardarelli, la sede della divisione Ogaden dei carabinieri. Tutti in muratura. Tra quelli in cemento armato, sono a rischio alto la prefettura di via De Gasperi e decine di scuole, a rischio medio-alto gli ospedali Loreto Mare e Nuovo Pellegrini, le poste di via Matteotti e l’intendenza di finanza.
A Potenza sono a rischio alto o medio-alto quasi tutti i palazzi in cemento armato: scuole, questura, poste, carcere (costruito dopo il 1981), municipio, ospedale.
Solo nelle zone sismiche più pericolose classificate nel 1984 ci sono 7 milioni di abitazioni pari ad almeno 600 milioni di metri quadrati costruiti prima della classificazione sismica. Migliorare le strutture di abitazioni, edifici pubblici e monumenti in queste zone costerebbe circa 200 miliardi di euro. Una cifra solo apparentemente enorme visto che, aggiunge Barberi, “è appena il doppio del costo delle ricostruzioni post terremoto negli ultimi 40 anni”.
Interventi per la riduzione del rischio cominciarono con una legge toscana nel 1986 dopo il sisma in Garfagnana e con un accordo regione-Protezione civile. Quindi la Finanziaria 1998 stabilì il parziale recupero dell’iva e la detrazione fiscale del costo degli interventi, mentre un’ordinanza del ministro dell’Interno Giorgio Napolitano elencava i comuni a rischio. C’era anche San Giuliano di Puglia, in Molise, dove nel 2002 morirono 27 bambini nel crollo della loro scuola. Nella Sicilia orientale fra il 2000 e il 2001 la Protezione civile e la regione vararono il primo intervento sull’edilizia privata utilizzando 129 milioni di euro avanzati da una legge del 1991. Si arriva così, dopo il sisma in Molise, alla Finanziaria 2003 che stanziò 500 milioni per interventi sulle scuole e all’ordinanza del 2004 del capo della Protezione civile Guido Bertolaso: 200 milioni per indagini di vulnerabilità e messa a norma di edifici di importanza strategica da realizzarsi a cura di regioni e amministrazioni dello Stato.
Gocce nel mare, vista la situazione. A Reggio Calabria, mentre gli edifici in muratura censiti sono tutti a vulnerabilità medio-bassa o bassa (come il rettorato dell’università, molte scuole e alcuni plessi ospedalieri), sono invece a rischio alto o medio-alto quelli in cemento armato: facoltà di architettura, caserma della polizia stradale, ospedali, sedi dei vigili del fuoco e dell’Inps. A Crotone sono a rischio alto decine di scuole, il comando dei carabinieri, l’ospedale S. Giovanni di Dio, la questura, la capitaneria di porto, la nuova sede dei vigili del fuoco, costruita dopo il 1981. Tutti in cemento armato.
Né si può insistere sulla prevedibilità dei terremoti, pur se gli studi continuano. In un documento del 18 aprile, Warner Marzocchi dell’Istituto di geofisica e vulcanologia ha considerato gli elementi disponibili prima del sisma aquilano di magnitudo 5,8 della scala Richter del 6 aprile. La conclusione è che “la probabilità di un terremoto di magnitudo 5,5 o maggiore per il 6 aprile in tutta l’area era pari allo 0,01 per cento”.
A questo punto è bene distinguere le responsabilità private da quelle pubbliche. Dice Barberi: “Qualunque famiglia prima o poi decide di migliorare la propria abitazione: basterebbe spendere un po’ meno sulle maioliche e di più sulla struttura. Si impedirebbe il crollo in caso di sisma”.
Interventi raffinati costerebbero troppo. Per questo, nella riunione della commissione Grandi rischi del 22 aprile, Barberi ha proposto di fare subito “le cose più elementari e a basso costo, come le catene ai muri delle strutture in muratura o le tamponature in quelle in cemento armato”. Si dovrebbe cominciare dall’Abruzzo “estendendo i lavori alle zone dove gli studi ci dicono che è più probabile un forte terremoto nei prossimi 15 anni”.

MA QUELLE MAPPE SONO AFFIDABILI?

Un uomo davanti al computer nell'università de L'Aquila indossa una t-shirt con la scritta «Io non crollo» (Ap)

Un uomo davanti al computer nell'università de L'Aquila indossa una t-shirt con la scritta «Io non crollo» (Ap)

“Una vittoria importante che dedichiamo ai tifosi contro un avversario che si è confermato ostico e quadrato. Era difficile fare meglio in condizioni non facili perché per giocare a calcio bisogna essere in due, mentre tutto il San Nicolò ha giocato sempre dietro la palla, si è difeso anche con agonismo, attuando una tattica rinunciataria – ha dichiarato il tecnico Domenico Di Pietro – Solo L’Aquila ha cercato di giocare anche se non era facile, poi ci siamo complicati un po’ la vita, ci siamo lasciato prendere dal nervosismo nel primo tempo, abbiamo commesso degli errori in fase di appoggio, ma la differenza l’ha fatta la nostra voglia di vincere e negli ultimi dieci minuti di gara in campo c’eravamo solo noi, abbiamo creato un paio di palle gol ed alla fine abbiamo realizzato il gol vittoria con Coletti, il secondo decisivo realizzato subentrando dalla panchina e quasi mi viene voglia di seguitare a sfruttarlo così visto che risulta determinante ai fini del risultato. Ovviamente scherzo, comprendo che il giocatore non accetti serenamente la panchina, ma ho una rosa di qualità ed oggi in panchina c’erano anche giocatori del calibro di Di Genova, Clementoni e Maurizio Ianni a conferma che ho a disposizione un gruppo molto forte. Ora dobbiamo dare continuità ai nostri risultati perciò andremo ad Atessa per vincere ed allungare la striscia positiva”..

Il Conservatorio, la Prefettura, le due sedi universitarie, la Biblioteca provinciale, l’ex Accademia, e altri ancora. Tutti giudicati «ad alta vulnerabilità » nel caso si verifichi un terremoto, con dieci anni buoni di anticipo. Quel che dicono le tabelle in realtà è molto semplice. Il rating di rischio sismico dell’Aquila era sbagliato, eccessivamente al ribasso. Nel rapporto ci sono frasi che rilette oggi hanno un sapore profetico. «È evidente che la messa a punto di una strategia ottimale di mitigazione del rischio richiede altri ingredienti, taluni di natura tecnica, altri di natura squisitamente politica. Ad esempio l’assegnazione di maggiore ominore priorità alla salvaguardia di vite umane in edifici soggetti ad affollamento come scuole e chiese, rispetto alla salvaguardia di edifici strategici fondamentali nelle condizioni di emergenza post-sisma come caserme di pompieri e municipi».

Nella mappa della pericolosità sismica, disegnata dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (pubblicata più sotto), non c’è solo l’Abruzzo e L’Aquila. Al Piemonte, ad esempio, è stato assegnato un colore che dovrebbe ispirare serenità. È quasi bianco che contrasta con l’inquietante rosso fiamma di altre regioni, come l’Abruzzo, la Campania, la Calabria.

Grande è stata, dunque, la sorpresa. E molti i dubbi. A cominciare da quelli che riguardano l’attendibilità di questa mappa sismica. Ci dobbiamo credere? Non ci dobbiamo credere? Quale rischio corriamo davvero?
“Intanto chiariamo una cosa” dice a Panorama uno degli autori materiali di questo lavoro, Carlo Meletti: “la mappa indica la pericolosità e non il rischio sismico, cioè chiarisce che tipo di terremoto potrebbe avvenire, e con quale probabilità, nelle diverse zone d’Italia. Il rischio riguarda invece le conseguenze possibili di un sisma, cioè se ci potranno essere danni economici, materiali, feriti, morti o altro. Questo nella mappa non è previsto che ci sia”.
Ma appurato che il rischio è un’altra cosa, alla pericolosità che significato dobbiamo dare? Un italiano che vive in una zona a colore grigio-bianco può stare tranquillo di non incappare mai in un terremoto? La risposta è una sola, inequivocabile: no.
Nessuno può sentirsi al sicuro. E non perché la mappa sia sbagliata. Più semplicemente, come è chiarito nei documenti che accompagnano il disegno con i vari colori che indicano la pericolosità delle varie regioni, bisogna partire dal presupposto che tutta l’Italia è considerata zona sismica. Anzi, la zona più sismica d’Europa, come ha ricordato subito dopo il terremoto in Piemonte Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia: “In Italia ogni anno si registrano 8 mila scosse di questa grandezza. Fa parte della realtà del Paese”.
Le aree più tranquille sono censite, dunque, come territori “a bassa pericolosità” sismica. Ma questa è una categoria che nel linguaggio degli esperti significa ben altra cosa da quello che pensano i comuni mortali. La traduzione per tutti, che è bene tenere a mente, è la seguente: in quei territori vi possono essere terremoti fino a magnitudo 5, ma con una probabilità molto bassa. Nel caso del Piemonte, come ha chiarito lo stesso Boschi, “anche nel passato ci sono state sequenze sismiche di bassa magnitudo. Complessivamente è una regione a bassa pericolosità, ovvero non ci sono terremoti forti”.
Come dire: non bisogna cadere negli equivoci quando si legge la mappa sismica, tracciata nel 2004 e validata anche da un gruppo di esperti internazionali. Spiega Meletti: “Le stime vengono effettuate sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili oggi, dalle faglie attive ai dati del catalogo dei terremoti. Sono stime di tipo probabilistico, non c’è la certezza. Si considerano delle serie temporali di terremoti e si fa una stima, lo ripeto, di tipo probabilistico. Noi diciamo quale può essere un terremoto probabile in un certo periodo di tempo. È un documento che guarda in avanti. Serve nel medio e nel lungo periodo, più che sul breve termine. Ed è stato fatto soprattutto per individuare le normative antisismiche”.

italia-sismica

Traduzione brutale, ma concreta: dato che una casa in muratura dura più di 100 anni, la mappa serve tra l’altro a capire quante probabilità ci siano di incappare, in quella zona, in un terremoto forte, tale da rendere necessarie tecniche di costruzione straordinarie. E quando si parla di zona si indica uno dei 16 mila punti in cui è divisa la mappa, ciascuno distante dall’altro circa 5 chilometri.
Per avere indicazioni più ristrette non ci si deve rivolgere più all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, bensì agli enti locali e alle regioni, che possono disegnare una cosiddetta microzonazione sismica in base alle linee guida stabilite appena poche settimane or sono in un accordo tra la Protezione civile e le regioni italiane.
Il Lazio, per esempio, ha appena svolto in collaborazione con l’Enea uno studio particolareggiato in base al quale alcuni quartieri della capitale, per esempio quelli più vicini ai Colli Albani, hanno un grado di pericolosità sismica ben diverso da altre zone di Roma.
Insomma, tutti gli italiani sono avvertiti: anche se la zona dove abitano risulta fuori dalle aree di maggior pericolo, nulla garantisce, neppure il colore rassicurante usato nelle mappe sismiche, che non possano prima o poi incappare in un terremoto.
Fonte: Panorama


ALCUNE IMMAGINI, RIGUARDANTI L’AQUILA, TRATTE DAL RAPPORTO BARBERI

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1 Response

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L'AQUILA 960 GIORNI DOPO
Video www.aquilatv.it

REPORT: FONDI PER LA RICOSTRUZIONE MAI ARRIVATI DAL GIOCO ONLINE

RICOSTRUZIONE: CIALENTE E CICCHETTI A UNO MATTINA



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6 Aprile 2009 3.33 Reset - Sito ad aggiornamento aperiodico ai sensi della Legge n. 62 del 07.03.2001 pertanto lo stesso non puo' considerarsi un prodotto editoriale ma un aggregatore di notizie su L'Aquila e sulla sua ricostruzione - Le fotografie firmate contenute nel sito sono di proprieta' degli autori, per il loro uso e la loro pubblicazione e' necessario chiederne espressa autorizzazione. Alcune delle foto presenti sono state prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Email: info@laquilanuova.org

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